NEGRO LEO: “Desejo De Lacrar” cover albumLa sperimentazione non è nuova nella carriera di Negro Leo, che avevamo già evidenziato quando ha lanciato la grande opera “Action Lekking” nel 2017.

Il cantante di Maranhão giunge già al nono album e continua a reinventarsi – forse più che mai – nell’ottimo “Desejo de Lacrar”. Pieno di riferimenti al Tropicálismo, quel suono è ripensato in un contesto moderno e senza paura di correre rischi.

Basato sull’espressione contemporanea ‘sigillo’, emerso nella comunità LGBTQ come esaltazione di un argomento indiscutibile che non ha lacune per critiche o difetti, il lavoro rassegna il termine attraverso gli occhi di Leo: ‘Sigillare è agire insolente e ribelle. Vinci, se non di fatto, virtualmente. La sigillatura, infatti, è ciò che ci resta’. Nell’opera, Leo ritrae la ‘parola e rappresentazione del sigillo’ e le mette in relazione con i movimenti della destra. Sottolinea che questa cultura è stata strumentalizzata da loro durante le proteste del 2013 e osserva: ‘Alla fine si è concluso con un cambio di mentalità più completo che è arrivato al colpo di stato e all’ascesa dell’ultraliberismo-schiavitù, che fondamentalmente comunica attraverso i loghi dei sigilli. Non a caso Bolsonaro ricevette l’appellativo di “mito” dai suoi seguaci’. È con questa prospettiva in mente che ci porta in un viaggio impressionante durante i quasi 30 minuti della durata del disco.

Originale di Pindaré Mirim, Negro Leo è passato per Rio de Janeiro prima di arrivare a San Paolo e si sta già avvicinando a 10 anni di carriera – la sua prima uscita è stata “Ideal Primitivo”, nel 2012. Da allora, ha mostrato anno dopo anno quella musica, la musica brasiliana, che può essere estesa a nuove regioni sonore e tematiche.

Il suo problema di fondo è che ha volutamente poco curato e meditato le sue uscite, sembravano album leggermente raffazzonati perché ha sempre preferito frequentare i bassifondi sonori, anche se il disco del 2016, “Agua batizada”, aveva strabiliato, proponendolo come una versione sballata e psichedelica di un Gilberto Gil, ma poi aveva proseguito nella sua predilezione per il lo-fi lasciandosi ammaliare da certe forme musicali che riconducono allo stile giovanile danzereccio fatto di electro-tribal favela assolutamente dimenticabile.

Il disco è prodotto da Sergio Machado, batterista dei rilevanti Metà Metà e Passo Torto, ma anche espressione del progetto personale Plim, che, assieme al nostro, da luogo ad una serie di canzoni che viaggiano in direzioni di una fusion alquanto deviante che si muove tra voci incalzanti e rapide, poliritmie convulse, tastiere lisergiche e disturbi elettronici. Sembra quasi che la creatività tropicalista venga gettata nelle atmosfere dei ghetti brasiliani attuali, tumultuosi ed ingestibili. Pur richiamando il passato Negro lo gestisce in maniera del tutto contemporanea. Ci sono inni in cui le voci sembrano impazzite e le ritmiche che corrono a precipizio e, di contro, ballate che mettono in mostra melodie che non hanno nulla da invidiare ai maestri del passato quali Os Mutantes e Gil.

In conclusione un lavoro sotterraneo, ma di grande genuinità, che sa scavare nel profondo della materia musicale più viva ed interessante. Se vorrete rischiare di ascoltarlo non vi pentirete della scelta!!!