NADIA REID- “Out Of My Province”Il terzo disco è sempre un’uscita cruciale nella vita di un’artista, è il momento in cui cominciano ad affievolirsi le spinte dettate dall’entusiasmo ed inizia a divenire necessario un cambio di passo, nel caso di un cantautore i sogni e le fantasie devono lasciare il posto alla determinazione di poter raggiungere l’obiettivo prefissato. Nadia Reid ha usato il paradigma del viaggio per mettere in mostra la propria maturazione. Quelle con cui abbiamo a che fare sono sicuramente “road songs”, nate lungo le strade dell’ultimo tour, ma sono pure l’espressione di un work-in-progress che evidenzia la crescita di Nadia.
Trasferirsi dall’amata Nuova Zelanda, quindi dalla propria casa, per approdare in America, negli studi della Spacebomb Records, si è rivelato un colpo da maestro per la cantautrice e per tutti i musicisti che si sono radunati intorno a lei. Dieci brani che dimostrano una nuova maturità e un uso intelligente di archi e corni per migliorare la produzione. Il merito va diviso tra il suo talento e quello del fedele chitarrista Sam Taylor, ma probabilmente non sarebbe stato sufficiente senza l’aiuto dell’etichetta suddetta, del produttore Trey Pollard e di una schiera di musicisti che rispondono al nome di Cameron Ralston al basso, Brian Wolfe alla batteria e Daniel Clarke alle tastiere.
C’è poi da considerare il tocco del co-produttore Matthew E. White che ha saputo risaltare i toni in chiaro scuro delle ballate tra folk e country della Reid, dipingendo intorno sfumature soul, fremito rock e un fascino da vecchi tempi andati. Ora la profondità della scrittura e la voce calda della nostra si illuminano come mai in passato. Non c’è più la songwriter introversa degli esordi, ora è sbocciata un’autrice di classe e ricca di passione.
La tavolozza musicale in cui si muovono i brani mostra tanto il luccichio valzeriano di “All of My Love”, quanto il turbinio spettrale del twang chitarristico dell’ossessionante “Get the Devil Out”. L’aura di The Band svolazza intorno a “High and lonely”, mentre una fragranza pop ammanta “Oh Canada” che non ha nulla per occhieggiare alle classifiche, ma è pur sempre un singolo accattivante che arriva immediato per trasportarci in luoghi ameni.
Intensa e lirica “Best thing” con il suo crescendo tra acustico ed elettrico. Trasportati dalle chitarre acustiche, da violini e ottoni, e candidi ritmi di batteria, i brani si dispiegano liberi, facendo a meno del ritornello come climax e suonando tuttavia potenti in ogni momento, grazie anche alla voce enfaticamente chiara e mai troppo carica della Reid. La grazia degli arrangiamenti e le idee del produttore fanno spesso la differenza. Ascoltate l’eco dell’organo, colloca a sud “I don’t wanna take anything from you”, oppure l’orchestra d’archi che da respiro alla foschia folk di “Heart to ride”. Ancora il tocco di una sei corde riverberata da l’idea di quale classe country soul sia dotata “Who’s protecting me”.
Difficile immaginare un album così carico di belle canzoni in cui le note ed i testi si combinino così bene!!!


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