MY MORNING JACKET – ‘My Morning Jacket’ cover album‘Chiedo scusa per questa interruzione’, dice Jim James introducendo il primo set di nuove canzoni in studio dei My Morning Jacket in sei anni.

Quella strana giustapposizione – far sembrare una ri-conoscenza un’intrusione – è una soffiata, poiché ciò che James e il resto della veterana band di Louisville offrono nel loro nuovo album omonimo (completo di una carismatica copertina di Robert Beatty di Lexington), è uno studio sui contrasti. Nello specifico, si basa su stati d’animo di due mondi: quello letterale con tutte le sue delizie e imperfezioni travagliate e un’alternativa meno tangibile in cui i difetti sono prevalenti quanto le fantasie.

C’è la consueta abbondanza di mutamenti stilistici qui che è diventato un marchio di fabbrica per My Morning Jacket: passi di malinconia pop che esplodono in psichedelia, voci di James che saltano da meditazioni intrise di riverbero a immediatezza conversazionale e un senso generale di grazia lirica che può rapidamente diventare un inno.

Mentre tutti gli estremi sono accentuati in “My Morning Jacket”, il disco è, in breve, il lavoro di una band in difficoltà che naviga in tempi difficili. Alla fine, per fortuna, ne esce vittorioso. Le canzoni del nuovo lavoro sono i risultati cumulativi di una formazione che si è quasi dissolta durante una lunga pausa. Non c’è da stupirsi che gran parte di questa musica sembri radicata nell’incertezza, che sia per il futuro del gruppo o per la visione del mondo personale del leader.

“Never in the Real World” forse riflette meglio una tale dicotomia. Introdotto con la scioltezza di una ballata dei Rolling Stones della metà degli anni ’70, costruisce la sua tensione d’ensemble con i testi di Jim, che desiderano una facilità di espressione nel mondo a portata di mano che eguagli la conversazione molto attiva nella sua immaginazione.

Tale dualità si manifesta in modo più schietto durante “Lucky to Be Alive”, una storia di redenzione e gratitudine che si svolge con il calore di Brian Wilson prima di esplodere in un groove vertiginoso simile a una calliope e un’eventuale jam di chitarra bruciata degna di Neil Young.

A volte, il nostro semplifica le cose e si arrende alla beatitudine, come in “Love, Love, Love”, un’esplosione di etereo pop-soul. Ma anche qui l’umore cambia. Mentre la corrente sotterranea da Prince rimane costante, James aggiunge un groove neo-reggae per punteggiare l’affermazione simile a un mantra della canzone (‘più dai, sì, più ottieni ora’) prima che Carl Broemel dirotti tutto per una meravigliosamente corrosiva pausa chitarra.

Una buona ripartenza da parte dei nostri, considerando che sono stati sul punto di sciogliersi e si sono dedicati a vari progetti solisti. Un bel quinquennio è trascorso prima che ritornassero in studio sentendosi ancora una R’n’R band. L’aver intitolato questo LP con il loro nome sembra quasi una dichiarazione di una nuova partenza. Non sembra esserci una nuova direzione, ma questo deve essere intuito come un fatto positivo. Da parte mia do loro il mio più caldo ‘bentornati’!!!