Proprio qualche giorno fa discutevo con un cliente sul fatto che molti ascoltatori si fermino solo ai nomi universalmente conosciuti, non comprendendo che, in realtà, è il sottobosco musicale che determina lo stato di salute delle varie forme d’arte. Ovviamente questa introduzione calza a pennello relativamente al disco che mi accingo a recensire, cioè “Halfway home by morning” a nome Matt Andersen. Si tratta di uno sconosciuto nel nostro paese, ma nel suo natio, il Canada, ha già dato alle stampe una dozzina di album in vent’anni di carriera, di cui un paio trascorsi assieme ad una band, mentre gli altri diciotto a proprio nome.
Lo si è soliti collocare in territori blues, ma in questa nuova fatica mi risulta spontaneo presentarlo come un musicista rock a tutto tondo, non lontano dal miglior John Hiatt, ovverossia quello della trilogia iniziata con “Bring the family” nel 1987 e proseguita con “Slow Turning” e “Stolen moments” , quel compositore capace di disegnarci uno scenario del sud degli Stati Uniti tra country e rock’n’roll. Non solo, a volte mi riporta alla mente quello splendido cantante/chitarrista che fu Eddie Hinton per la componente soul velata di tristezza.
La partenza mette subito a proprio agio con la slide che omaggia un grande del soul quale Wilson Pickett nel pezzo “What would your mama say”, di notevole intensità. L’album è un susseguirsi di brani in equilibrio tra blues, rock e soul. Prendete “Free man” e noterete con quale abilità la sei corde di Matt e l’organo riescano a dare coordinate sudiste dall’andamento convulso. Si tocca il country in “Something to lose” uno shuffle che viene arricchito dalla presenza vocale di Amy Helm.
L’uso ricorrente dei fiati sia nelle tracce di più marcata derivazione Stax, sia in quelle più pesantemente rock non possono non condurvi dalle parti del Van Morrison degli anni settanta, pur senza quello spirito visionario.
Da rimarcare pure la voce di Andersen, calda e piena, anche se la migliore qualità del disco sta nell’immediatezza ed in una espressività che erano le caratteristiche di quel rock che, oggi, definiamo classico. Ascoltate “Gasoline” che sembra sbucare dalle feste di New Orleans, con quella ritmica da Mardi Gras, oppure “Quarter on the ground (a song for uncle Joe)” che sembra trarre le sue origini dal profondo dell’anima di un uomo, a cui le voci in sottofondo delle McCrary Sisters contribuiscono alla riuscita del pezzo.
Non ricercate novità tra le pieghe del suono, ma apprezzate le melodie che non perdono un grammo della loro fragranza anche se sembrano scritte quaranta anni fa. D’altronde la stagionatura può essere un pregio!!!


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