MARK LANEGAN- “Straight Songs Of Sorrow”Chissà come accoglierà la nuova uscita di Mark Lanegan una mia amica, un tempo fan sfegatata dell’ex Screaming Trees e ora assolutamente negativa nei confronti di ogni sua uscita che sia successiva a “Bubblegum”. Ha sempre avuto una passione smodata per i cantanti dotati di voci cavernose e sporcate dai vizi, quindi per personaggi quali Nick Cave, Steve Von Till e, naturalmente, il buon Mark. Di costoro continua a seguire con passione la carriera del cantante dei Neurosis mentre per gli altri due ha assunto un atteggiamento prevenuto su ogni loro pubblicazione. Io non sono così drastico nei confronti di Lanegan, anche se devo ammettere che negli ultimi tre lustri sono stati più i dischi poco riusciti che quelli qualitativamente da ricordare, lavori nei quali, spesso, si è dedicato a una lunga serie di collaborazioni quali quella con l’ex Belle and Sebastian Isobel Campbell, con il collettivo trip-hop dei Soulsavers e con l’amico di lunga data Greg Dulli nel progetto Gutter Twins.

Sono trascorsi pochi mesi da “Somebody’s Knocking”, pubblicato lo scorso 18 ottobre, che esce, a sorpresa, un nuovo disco dal titolo “Straight songs of sorrow”. Il lavoro è prodotto da Alain Johannes, e vede inoltre la partecipazione di numerosi ospiti fra cui Greg Dulli, Warren Ellis, John Paul Jones, Ed Harcourt, Adrian Utley, Mark Morton (Lamb Of God). Questi 15 brani, leggiamo e pubblichiamo dal comunicato stampa, sono ispirati ad una storia: la storia della sua vita, raccontata da lui stesso nella sua nuova autobiografia “Sings Backwards And Weep”. Il libro è brutale, una lettura snervante, grazie al candore spietato di Lanegan nel raccontare un viaggio che parte da un’adolescenza travagliata nella zona orientale dello stato di Washington, attraversa la vita macchiata di droghe della Seattle dei ’90, arrivando ad un’improbabile salvezza all’inizio del 21esimo secolo. Ci sono morte e tragedie, ma allo stesso tempo umorismo e speranza, grazie alla tenacia di Mark anche nei momenti più negativi.

Ad un ascolto approfondito mi sento di affermare che questo è un album che si fa apprezzare, non c’è quell’annacquamento dei lavori precedenti e anche se viene annunciato come un ritorno al passato non si rifà al folk blues degli esordi, ma mette in fila una serie di canzoni diverse. Si va dal quadretto voce ed archi di “Stockhom city blues“ alla gotica “I wouldn’t want to say” anch’essa con la voce in risalto insieme a battiti confusi. L’unità dell’opera viene fornita dal tema della disperazione e dalla voce, da sempre la carta vincente del nostro, roca e alcolica, tipica dei cosiddetti orchi (Tom Waits, David Thomas). Sembra anche meno teatrale del solito e i pezzi si svolgono con un incedere lento e ritmico, si diverte ad un uso delle sfumature e delle ombre e il tutto risulta molto poco rock. Prendiamo ad esempio il brano centrale della raccolta, “Skeleton key”, nel suo svolgimento di sette minuti sembra un salmo con le strofe che si susseguono l’un’altra in un lento recitare accompagnato da un tappeto di tastiere. Se vi sembrerà di ricordare le sue cose passate è solo un attimo, quello dato da ballate per voce e chitarra.

Ci si trova invece immersi nell’oscurità di “Ballad of a dying rover” più che nell’abbraccio consolatorio di un arpeggio che pennella con forza “Hangin’on (for DRC)” e il suo profumo ‘old time’, o nel violino western di “At zero below” e ancora nel blues di “Ketamine”.

Non me lo ricordavo così da tempo, non so dire se è perché ascoltarlo in questo momento di difficoltà ha accentuato i lati positivi del disco, ma il risultato è quello di un lavoro destinato a durare nel tempo!!!


Please follow and like us: