Nel 1991 ero nel pieno dell’infatuazione per New Orleans e quindi per tutto quanto rappresentava musicalmente la “Big Easy”. Soul, R’n’B, funky, blues, cajun, zydeco e quel rock meticcio che si ascoltava solo la, in Louisiana, per essere chiari band che partono dai Little Feat e, attraverso i Radiators, giungono ai Subdudes e agli Iguanas.
Quell’anno fu anche quello in cui furono pubblicati tre eccellenti lavori di autori all’esordio discografico quali Will T. Massey, Michael McDermott e Marc Cohn. Del primo se ne persero immediatamente le tracce, il secondo continuò a fasi alterne, anche a causa di alcuni problemi personali e di budget delle discografiche per cui incideva, il terzo fu colui il quale cavalcò gli anni novanta in modo esemplare e con dischi che rivelavano il suo talento di autore che venne intaccato nel 2005 da una pallottola che lo colpì in testa durante una rapina. Fortunatamente se la cavò con più spavento che danni.
Marc è nativo di Cleveland, Ohio, ma è cresciuto artisticamente in California e quindi a New York. Da giovane suonava in una cover band e, credo, mai si sarebbe immaginato, in futuro, di poter suonare in studio con mostri sacri quali James Taylor, David Crosby e Jackson Browne. Non era uno strumentista e non componeva, aveva solo la passione per i folksinger, non gli importava divenire un autore. Si sarebbe perfezionato più tardi, una volta terminato il college e dato vita ad una formazione maggiormente ambiziosa. Si chiamavano Supreme Court ed erano in quattordici. Lo spettro musicale si era ampliato non solo west coast, ma anche R’n’B, si passava indifferentemente da James Taylor a Ray Charles.
Il talento e la classe di Cohn non passarono inosservati, di lui si accorse Carly Simon, che lo sponsorizzò presso la famiglia Kennedy affinchè lo reclutasse per un matrimonio della nota casata. La Simon intuì le potenzialità del nostro, e, quando ascoltò un demo di Cohn, comprese che non si poteva perdere tempo, quei brani acustici per voce e piano dovevano essere pubblicati. Fu così che nel 1991 l’Atlantic diede alle stampe l’esordio del trentenne di Cleveland, colui che in tenera età era un assiduo ascoltatore delle stazioni radio, in cerca dei suoi pezzi favoriti per trascorrere in beatitudine le serate casalinghe, ce l’aveva fatta.
Non c’era molta differenza tra il demo e il disco omonimo a livello musicale. Pochi gli strumenti, oltre al piano e alla sua voce, ma eleganti, discreti, mai invadenti. Non poteva essere altrimenti, basta scorrere i credits e balzano agli occhi nomi come quelli di Steve Gadd, Jerry Marotta, David Spinozza. Conoscevano tutti i segreti della musica pop-rock, ma erano dei jazzisti e, con la loro bravura avevano già dato lustro alle carriere di Paul Simon, Peter Gabriel, Billy Joel e tanti altri.
Un bel debutto davvero, con ancora in evidenza la sua passione per la cover, questa volta si tratta di “29 ways” di Willie Dixon, che veniva affiancata da dieci pezzi autografi. Non si scarta nulla, ma i giudici dei Grammy decisero di premiare “Walking in Memphis” brano d’apertura del lavoro che narra di un viaggio immaginario nella città di Elvis, fantasticando di incontrarlo in Union Avenue, di passeggiare davanti ai mitici studi della Sun Records. Come detto non sono da meno altri brani quali “Silver thunderbird” che narra dei suoi ricordi di bambino, “Saving the best for last” con chiara l’influenza di Paul Simon, oppure “Perfect love” piccola gemma cantata in coppia con l’idolo James Taylor.
È tutto qui in questo debutto , la solida musicalità, la capacità narrativa e l’esperienza da veterano conquistata grazie alle tante serate fatte in passato con le sue cover band. Uno dei migliori talenti della canzone d’autore americana emerso nei novanta.
Se non lo conoscete investite due lire nel dischetto, è ancora in catalogo, rimarrete estasiati da canzoni senza tempo e per tutte le stagioni!!!


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