Nativa del Missouri, ma da parecchi anni gravitante a livello musicale nell’area di Los Angeles e dintorni, spesso impiegata da artisti che spaziano da Florence & The Machine a Jim James e Jenny O, ma soprattutto Father John Misty e Jonathan Wilson, che le produce questo “Sinner”, il suo terzo album, Leslie Stevens è stata presentata dalla stampa locale come una delle cantanti più interessanti di quel country californiano che si rifà però in parte anche ai nomi storici, visto che il suo timbro vocale è stato paragonato a Patsy Cline, Emmylou Harris e Dolly Parton , senza peraltro dimenticare un approccio più country-rock come evidenziato dal suo disco a nome “Leslie Stevens & the Badgers” o in “The Donkey And The Rose”.
Come al solito la produzione di Wilson, che nel disco suona anche chitarre, basso, batteria, percussioni e perfino il mellotron, privilegia comunque anche aspetti più rock e West Coast, sottolineati dalla presenza del batterista James Gadson (Paul McCartney, B.B. King Band), del bassista Jake Blanton (The Killers), del pianista Keefus Ciancia (Elton John, T Bone Burnett) e del’ organista Nate Walcott (Red Hot Chili Peppers, Bright Eyes), tutti ottimi musicisti in grado di rendere variegato e brillante il sound del disco.
La caratteristica che salta immediatamente alle orecchie è la voce di Leslie sottile, ricca di fragranze quasi timida nel suo porsi all’ascoltatore. Esempio di questi parametri è l’iniziale “Storybook” in cui le emozioni si pongono con grazia, per merito anche di un accompagnamento dove spiccano piano, organo, una acustica arpeggiata e la ritmica discreta.
Il ritmo si alza in “12 Feet High”, la parte vocale mi ricorda la Stevie Nicks dei brani più morbidi, ma poi ha improvvise accelerazioni che esplodono in momenti grintosi che grazie agli arrangiamenti studiati da Wilson rimangono comunque controllati.
Ci si delizia con “Falling” pezzo country vecchio stile che giustifica i paragoni con Cline, Harris e Parton e che mostra una pedal steel in grado di valorizzare al meglio la melodia così come fa il piano. “You Don’t Have to Be So Tough” è una ballata eterea e trasognata, sempre servita da un eccellente arrangiamento di Wilson, dove le chitarre sono appena accennate, ma avvolgono alla perfezione la dolente interpretazione della nostra amica, che poi si lascia andare ad un nostalgico tuffo negli anni ’50 di una “Teen Bride” che vorrebbe essere un omaggio a quel pop solare e spensierato tipico della California anni settanta, ma che grazie agli arrangiamenti ha una profondità superiore.
“Sinner” è un brano notturno e soffuso che potrebbe rimandare alle canzoni delle colonne sonore dei telefilm di David Lynch, anche se la voce di Leslie è qui in punta di ugola non da atmosfere malate come forse il brano richiederebbe.
“Sylvie” vede la partecipazione di Jenny O per una ballata dolce e sospesa che sa offrirci, una volta di più, una melodia affascinante. La conclusiva “The Long Goodbye” mette in evidenza una resa vocale da pelle d’oca grazie alla pedal steel.
Un disco semplice come si usava una volta, in cui il centro è rappresentato dalle melodie e dagli arrangiamenti in grado di metterle in evidenza al meglio!!!


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