Fin dall’incipit costituito dall’invocazione omerica che apre “Atom Story”, è chiaro che il nuovo album dei Led Bib ha il preciso intento di trasportare l’ascoltatore in un viaggio senza confini. La band fondata nel 2003 da Mark Holub (nativo del New Jersey e ora viennese di adozione), nota per la sua aspra e sperimentale miscela di improvvisazione e prog, ha costruito un percorso fatto di imprevedibili svolte e continue trasformazioni. Coi suoi 11 minuti di gran lunga il pezzo più ampio dell’album, “Fold” chiede all’ascoltatore di “Change the storyline” seguendo la dolente improvvisazione cosmica del gruppo, qui impegnato in quella che è l’escursione più floydiana dell’intero disco.
La successiva “Cutting Room Floor” è contraddistinta da un pulsante minimalismo, in cui le linee dei due vocalist a tratti si sovrappongono e confondono in un tribale borbottio, un dispositivo che ricorda il classico “The Murder Mystery” dei Velvet Underground.
In generale trovo che si avverta una svolta nel sound del gruppo, che ha tentato di rendere più attuale l’atmosfera psichedelica, debitrice dei Pink Floyd e dei Grateful Dead, spostandosi in un versante che mostra legami con la scena di Canterbury, con il jazz-prog di Hatfield and the North e con i Gong cosmici.
Si nota un intersecarsi tra fiati e tastiere piuttosto ardito che conduce dalle parti di Henry Cow come dimostrano “To dry in the rain” con una commovente e sentita chiusura di piano oppure nella dissonante “0” che dispensa comunque un fascino inquietante.
Dischi come questi non passano mai di moda, possono sembrare nostalgici, ma non saranno mai pura imitazione di un luminoso passato!!!


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