LAURA VEIRS: “My Echo” cover albumLaura Veirs ha detto che è stato solo quando ha scritto “My Echo” che si è resa conto che il suo matrimonio di 19 anni si stava sgretolando; la notizia è venuta fuori nel suo modo di scrivere le canzoni prima che si fosse completamente cementata in lei. Ciò avrebbe potuto portare a un disco miserabile, ma nelle mani di Veirs è un album che esplora, sì, la dissoluzione, i finali e il lutto, ma colloca anche quei sentimenti nel contesto del mondo naturale e chiede: cosa siamo, al resto?

Laura la si può tranquillamente considerare una grande cantautrice. Nata in Colorado nel 1973 e ora con sede a Portland, Oregon, ha pubblicato undici album da solista in studio, incluso un disco di canzoni popolari per bambini. Nel 2016 ha collaborato con KD Lang e Neko Case per pubblicare il tanto apprezzato record “Case / Lang / Veirs”. Lavora in un regno che le permette di prendere in prestito tanto dal jazz e dal blues quanto dal folk e dal country, e la brillante originalità delle sue canzoni, sebbene definita dal suo caldo talento vocale, è assicurata dalla sua costantemente lucente composizione e strumentazione ponderata. Sul tipico luminoso “My Echo”, la sua band di musicisti include Jim James dei My Morning Jacket, il chitarrista Bill Frisell, il cantautore M Ward e Tucker Martine, l’ex marito di Veirs, che ha anche prodotto il disco, dato che ha molti dei suoi lavori precedenti sotto la sua direzione. Per un altro musicista meno capace, questa configurazione avrebbe potuto essere scomoda; per Laura e Martine, questa collaborazione è istintiva.

È un lavoro che emana un incantevole intreccio tra accordature folk e melodie pop, non sembra avvertirsi né sconforto né rassegnazione nelle canzoni che compongono la raccolta, neppure in quella (“Burn too bright”) in cui si narrano tragedie quali la prematura scomparsa del produttore e musicista Richard Swift, oppure meditate questioni riguardanti l’esistenzialismo (“Vapor Trails” e “All the things”).

Ex studentessa di geologia la cantautrice ha sempre scritto con una consapevolezza percettiva dell’ambiente naturale, utilizzando il sole cocente, lo scioglimento dei ghiacciai e le eruzioni solari come sfondo per i suoi disastri personali. In “My Echo”, uscito in un momento in cui l’apocalisse non si è mai sentita così vicina, tali riferimenti sembrano ancora più toccanti. ‘In un altro spazio e tempo / Quando la California non brucia / E i mari non si alzano’, canta in “Another Space and Time”, che si muove con un solco morbido grazie a un ritmo alimentato da nacchere. Sebbene apparentemente opposti, il contenuto tematico oscuro della canzone e il suo ritmo brillante e ballabile non sono in competizione. Veirs comprende i propri problemi come esistenti nello schema più grande del mondo naturale, due costanti sempre in movimento. C’è speranza nella sua disponibilità a sottomettersi a questa simbiosi. Nel brano rock del 2007, “Saltbreakers”, dall’album omonimo, la nostra ha cantato, ‘Non puoi bruciarmi / Sono una foglia caduta che la mantiene verde’. Ora torna a una metafora simile su “Turquoise walls”: “Quando ho pensato che avrei potuto perderti / Oh, tremavo come una foglia”, canta, affrontando questo terrore con una calma determinazione nella sua voce, però, accompagnata solo dalla chitarra acustica, sembra anche vulnerabile. Presto la traccia è stratificata con altre chitarre e un banjo, e una linea di synth inquietante brilla sotto. Anche quando canta in metafora, il suo intento rimane chiaro. ‘Sono una bravissima muratrice / Sono molto abile’, canta in “Brick Layer”, una canzone elegante in cui, su un piano morbido e il leggero strimpellare di una chitarra con corde di nylon, usa un nuovo personaggio per praticare la propria introspezione. È chiaro che Veirs trova la catarsi nella sua musica. Da nessuna parte questo è più evidente nel disco che in “I Sing to the Tall Man”, un brano morbido, guidato da trombone e tastiera, su cui canta una ninna nanna ‘all’uomo alto / che muove i fader’. ‘Vieni e riposa nella mia canzone’, canta, a lui, a sé stessa, a chiunque stia ascoltando. Il suo matrimonio è finito e il mondo sta crollando, ma, lei lo sa, avremo sempre la musica.

Un’opera che rappresenta un punto di svolta nel proprio privato, ma che, musicalmente, non presenta particolari stravolgimenti. Rimane una delle più sensibili e raffinate autrici del cantautorato al femminile odierno!!!