L.A. SALAMI- “The Cause Of Doubt & A Reason To Have Faith” cover albumL.A. Salami è un musicista capace di giocare con un groove unico dove hip-hop, blues, folk psichedelico e funk si uniscono in uno stile ben riconoscibile. Per il suo nuovo album Lookman Adekunle Salami (ovvero L.A. Salami), ha sperimentato nuovi generi arrivando ad uno stile unico ed ipnotico, differente da quanto fatto in passato. “The Cause of Doubt & a Reason to Have Faith” è un album lisergico, dal mood jazz contemporaneo, psichedelico e meditativo, con influenze che ricordano Captain Beefheart, Lou Reed e i Velvet Underground, richiami all’hip hop degli anni ’90 e ai dischi blues di Robert Johnson.

Lookman ha iniziato a scrivere testi e poesie molto presto ed ha imparato da solo a suonare la chitarra. Ora si appresta a pubblicare il terzo album dopo i primi due lavori “Dancing With Bad Grammar”(2016) e “The City of Bootmakers” (2018).

Se amate gli artisti non ben identificabili dal punto di vista musicale il musicista londinese farà sicuramente al caso vostro. Gli piace prendere materiale vario e plasmarlo, presentandolo in mille stili diversi. In questo caso l’impossibilità a dargli una collocazione è un pregio, non un difetto. Una volta che si preme il tasto start del lettore si entra in un mondo magico in cui si provano le vertigini a causa della tanta sostanza messa a disposizione. Una capacità unica di fornire grandi soddisfazioni al nostro apparato uditivo.

Anche in questa terza fatica riesce a spiazzarci una volta di più e pubblica quello che, ad oggi, risulta il suo album migliore. All’inizio sembrerebbe di avere a che fare con un cantautore folk acustico, non tanto nella canzone omonima, della durata di oltre dieci minuti, ma piuttosto in “When you play God”, una leggiadra cantilena che ha la capacità di riportarci alla mente Nick Drake, ma che possiede testi molto critici e pungenti, caratteristica che aggiunge un valore da non trascurare.

Poi, all’improvviso, ecco apparire le sorprese inaspettate: “Thinking of Emiley” sembra una parodia beatlesiana in salsa psichedelica, “Dear Jessica Rabbit” è un funk-pop accattivante che profuma di Steely Dan, “Things ain’t changed” si sposta dalla leggerezza precedente, diventa più muscolare nei suoi accenti R’n’B, in cui dominano piano e chitarra, “The cage” un rap in downbeat che ricorda certe soluzioni di Ghostpoet, variante di stile mai prima toccata dal nostro, per poi ritornare ai sapori folk psichedelici con “The talis-man on the age of glass” alla maniera dei primi Pink Floyd, un brano che non lascia indifferenti.

Dopo una pentola ribollente di suoni e stili diversissimi tra loro, molto saporiti, credo che, come me, dovreste rimanere estremamente soddisfatti dei profumi e del gusto finale!!!