I KOKOKO! Pubblicano il loro album di debutto Fongola, su Transgressive. I loro poliritmi distorti e un sound lo-fi sono la colonna sonora caotica della loro città natale Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo e terza città più grande dell’Africa con 17 milioni di abitanti.
KOKOKO! significa “knock! knock! knock!” e fa riferimento al ritmo della loro musica e allo spirito di protesta che li anima. Lavorando con il produttore francese Xavier Thomas aka Débruit e la Roland 808 drum machine, la band ha forgiato il proprio stile soprannominato ‘tekno kintueni’ o “zagué” (“kintueni” è un ritmo/danza congolese).
Lo spirito “mutant disco” della ZE Records e il suo mix di punk, disco e new wave, risiede nell’album, in compagnia di Afrofuturismo, Congotronics e African jazz.
Sono proprio i Congotronics che hanno stimolato le nuove leve a guardare oltre confine per sviluppare nuove idee, senza però dimenticarsi delle risorse ritmiche già presenti sul natio suolo. Con i nostri arriva una narrazione nuova e lontana dagli stereotipi, un suono unico e completamente alieno dove, tra strumenti convenzionali e altri inventati per l’occasione, s’incontrano e si mescolano l’attitudine curiosa e onnivora del post-punk più terzomondista e le tendenze più fresche e colorate dell’elettronica mondiale.
Siamo al cospetto di un disco eclettico e vario: dai rifiuti di Kinshasa i congolesi Kokoko! tirano fuori ritmo, riff e melodie. Questo collettivo di musicisti trasforma macchine da scrivere in drum machine, lattine in arpe e barattoli in chitarre, indossano delle tute gialle tipo i Devo e sembrano usciti fuori da un sogno afrofuturista.
Della tradizionale rumba congolese non vi è traccia, in definitiva è musica dance capace di miscelare funk ed elettronica anche se permane un solido legame con madre Africa. Il lavoro alterna momenti di furia sonora (“Azo toke”, “Malembe”, “Tokoliana”) ad altri più psichedelici (“Zala mayele”). Anche per una persona urbana ed occidentale, come mi ritengo, non riesco a resistere all’idea di recarmi in Congo e vederli in azione con i loro strumenti improvvisati lungo le strade di Kinshasa.
I loro testi sono incomprensibili, per cui non possiamo comprendere il loro messaggio, le parole sono, infatti, un miscuglio tra francese, lingala, swahili e kikongo. Come la band afferma questo non costituisce un problema, gli strumenti e la musica sono più che sufficienti per comunicare il loro pensiero.
Ascoltatelo a volume altissimo e fregatevene delle barriere che vogliono ergere per fermare il flusso migratorio, la musica serve per accomunare non per dividere!!!


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