I Joan of Arc sono un gruppo alternativo che ho sempre ammirato. Hanno ormai tagliato il traguardo dei vent’anni di attività. La loro discografia è piuttosto sostanziosa, ma sempre alla ricerca di soluzioni nuove sia in ambito di suoni che nella forma delle canzoni.
Tim Kinsella è sempre stato il fulcro del gruppo attorno al quale tutto girava. Risulta strano osservare che, in quest’occasione, ha lasciato le redini nelle mani di un suo collaboratore, la cantante Melina Ausikaitis. Tutto il processo creativo è suo, dalla stesura dei testi, all’interpretazione dei brani con la band che si pone al servizio in devota obbedienza.
L’apertura chiarifica da subito in quale universo sonoro ci stiamo addentrando. “Tiny baby” mette in mostra la voce di Melina che inizia a cantare a cappella con la musica che la avvolge in un drone per poi trasformarsi in una progressione di note di piano.
“Vertigo” ha una vocalità da old time music, ma il suono cucito attorno è fatto di synth astratti e effetti elettronici per un risultato ubriacante.
Quando ci si imbatte in “Punk kid” siamo al cospetto di una ballata a largo respiro in cui, acconto ad una sfavillante sezione percussiva, fanno da contorno una pedal steel e rintocchi di note pianistiche.
Siamo lontani dal classico suono nervoso dei Joan of Arc, quello che resta è un senso di straniamento che non porterà nuovi seguaci al culto dei nostri, anzi potrebbe sottrarne.


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