“FLY or DIE II: Bird Dogs of Paradise” è il tanto atteso seguito dell’album di debutto “Fly or Die” della compositrice, trombettista e (ora) cantante Jamie Branch. Scritto per la maggior parte in occasione del suo primo tour europeo in supporto del disco precedente nel novembre 2018; registrato (soprattutto) in studio al Total Refreshment Centre e in piccola parte dal vivo al Café OTO di Londra proprio alla fine di quel tour, il nuovo lavoro è il risultato di una Branch che esplora nuove strutture compositive e che, per la prima volta, si mette alla prova come cantante.
La trombettista e compagnia sono alla ricerca della saturazione del suono, tra speranza, disperazione, pericolo e gioia. Viaggio cinematico che ci conduce dalla nostra terra verso mondi immaginari, “Bird Dogs of Paradise” è una sfida per sentirsi nuovamente vivi o, come dice Branch, ora si suona la tromba, preparati a danzare. Jamie si è formata tra Chicago e New York, a parte un breve momento a Boston presso il conservatorio, riuscendo ad assimilare storia e contemporaneità delle due città, luoghi musicali per eccellenza. La nostra è riuscita a completare una sintesi perfetta.
È evidente il legame con il free e il fuoco che la spinge verso la musica creativa di scuola AACM, ma poi si avvertono tentativi di creazione di una musica più moderna, chiusa e claustrofobica e ripetitiva. In questa occasione si avvertono nuovi tentativi mai prima provati per rendere la propria cifra stilistica più ampia possibile. Per esempio il canto è una novità assoluta e i risultati sono assolutamente soddisfacenti, soprattutto in “Prayer for Amerikkka part 1 & 2” una sorta di monologo antirazzista. A volte si assiste a composizioni che si sviluppano su semplici melodie (“Simple Silver Surfer”, “Nuevo Roquero Estereo”) che si ampliano piano piano fino ad assumere forme più complesse che richiamano lo stile del grande Don Cherry, ispirazione dichiarata della nostra.
In altre occasioni il suono è maggiormente caotico ricco di effetti, ma mai ingovernabile (“Twenty three N me”, “Jupiter redux”).
La accompagnano fior di musicisti tra cui cito Chad Taylor (batteria e vibrafono) oltre alla presenza come ospite di Ben Lamar Gay. Se la mia descrizione vi ha leggermente spaventati, non fateci caso e ascoltatelo, per me un gran disco!!!


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