HUGO RACE AND THE TRUE SPIRIT: “Star Birth Star Death” cover albumQuindicesimo album in trent’anni per la compagine capitanata dal musicista australiano, tra rock-blues cantautorale e blues-psych trasfigurato electro. Inciso tra Melbourne, Los Angeles e Berlino, è un doppio album dalla struttura bifronte: la forma canzone domina “Star Birth”, seppur dilatata e dilaniata, mentre in “Star Death” trovano posto pezzi strumentali orientati verso la deriva di stampo electro/ambient e kraut.

È stato realizzato a cavallo tra due apocalissi (tanto potenziali quanto – ahinoi – reali): la terribile ‘epidemia’ di incendi in Australia dell’estate 2019 e, ovviamente, la pandemia tristemente nota come Covid-19. Interessante notare che Hugo nel raccontare il disco parla di «stelle che si allineano», visto che la registrazione è frutto di incroci fra Melbourne, Los Angeles e Berlino – e visto pure che, più di tutto, il lavoro è stato scritto nel natìo continente mentre migliaia di ettari andavano in cenere a causa del ben noto global warming nonché con lo tsunami Covid 19 in piena evoluzione.

La wild side degli anni 90 è stata messa da parte in favore di un sound più meditato, con più che mai grandi inserti di elettronica ma dove pure non manca l’eterno amore per il blues – basti solo rammentare che Hugo e Michelangelo sono, da non molto reduci, dall’esperienza “John Lee Hooker’s World Today” (2017), ottimo e ricercato tributo al grande Re del Boogie. Le forme folk blues sono quindi lo schermo su cui vengono proiettate le visioni, farneticazioni e palpitazioni (electro e psych) di Race e compagni di viaggio (giusto menzionare gli altri spiriti autentici: Bryan Colechin, Chris Hughes, Nico Mansy, Brett Poliness e Michelangelo Russo).

Già l’opener di “Star Birth”, ”Can’t Make This Up”, con il proprio passo avvolgente spiega bene gli intenti dell’opera, che porta il gruppo a viaggiare in frequenze oramai apolidi e racconta di ‘menzogne in streaming’, come recita il testo. Quando girano “Embryo”, “2Dead 2Feel”, “Heavenly Bodies” (‘You’re the heaviest star/The hippiest in the sky/Catch you if you’re fallen/And we will float around’ – a proposito di stelle lassù…), fino all’iper–hookeriano “Holy Ghost” – per citare quelli che paiono i passaggi migliori fra la dozzina in sequenza – sembra di star ad ascoltare un’apocalisse quieta, quella di chi qualsiasi cosa accada sa sempre e comunque mantenere la propria coolness. All’album vero e proprio si aggiunge “Star Death”, l’altra faccia della luna dove i True Spirit entrano ancor più nei meandri della musica elettronica che già, del resto, pervade “Star Birth”. Per lo più strumentale, il disco bonus gioca di espansione fra dub, remix e orchestrazioni cosmiche – roba da programmare nel cuore della notte e perdersi a scrutare il cielo, fra stelle nascenti e stelle morte.

In realtà le canzoni non appaiono mai spigolose, piuttosto accattivanti nel loro procedere tra post blues e post-punk elettroacustico elettronico, le atmosfere sono sempre umbratili spesso notturne, lavorate da una voce magnetica che preferisce toni mormoranti a quelli aggressivi, anche se poi non si tratta di situazioni morbide. La seconda parte non sono scarti aggiunti che servano da riempitivo, avrebbero potuto tranquillamente uscire come disco autonomo, con le loro sonorità avvolgenti capaci di generare visioni da sogno, ma che non trasmettono pace interiore, quanto inquietudine. Niente di nuovo che Hugo Race non abbia già rilasciato in passato, ma la conferma di un talento che, dopo quarant’anni trascorsi in ambito musicale, sa ancora stupire l’ascoltatore. Credo che il nostro meriti un’attenzione più ampia che non quella del semplice culto!!!