FELICE BROTHERS – ‘From Dreams To Dust’ cover albumÈ stata una strada lunga e tortuosa per questo ensemble con sede nello stato di New York sin dal suo inizio nel 2007. Un tempo gruppo sciolto, crudo e oscuro in qualche modo modellato su The Band, i Felice Brothers si sono trasformati nel corso degli anni, e otto album precedenti, in un outfit spigoloso e ispirato ai testi. C’è una modestia nei ragazzi, un’assenza di ego, anche se cercano spiragli di trascendenza nella vasta notte americana.

Questi veterani della classe operaia americana sono arricchiti dalla loro nativa New York, con le sue cicatrici economiche e le sue bellezze naturali, che si adattano tra i miti popolari della regione, The Band e il più cosmico Mercury Rev. La loro musica esiste anche in un paesaggio vivido, allo stesso tempo mestamente o ai mali della loro nazione, e bramosi di grazia.

Un giro dell’apertura su “Jazz on the Autobahn”, con il discorso parlato di Ian Felice, fa molto per capire la magia del gruppo. Nella canzone, una coppia, chiamata solo Helen e ‘lo sceriffo’, fa un viaggio, sperando di evitare l’apocalisse che suonerà come il titolo del brano. È un esempio di come le canzoni dei nostri siano piene di poesia tagliente, obliqua e talvolta in stile flusso di coscienza. C’è una qualità sognante, implicita nel nome dei dischi, su cui le riflessioni di Ian sulla vita, la morte, la natura e le persone ‘appesantite dalla realtà’ si dipanano con immagini insolite, ma convincente chiarezza.

I riferimenti al vecchio Dylan elettrico dell’era “Highway 61” nel modo di cantare/parlare secco di Ian, nei suoi giochi di parole dettagliati e umoristici, e nell’approccio radicato dei musicisti sono inevitabili. In “Citizen X”, la connessione Dylan/Band è così forte che sembra un outtake di “The Basement Tapes”. Ma mentre queste influenze sono evidenti, la musica si sente distintiva e spesso idiosincratica.

Nel mezzo, piano dolce e pedal steel accompagnano la ballata country “Valium”, in cui una TV di un motel riproduce miti paralizzanti dei film western e dibattiti presidenziali come un unico messaggio vizioso. James Felice, il cui piano, tastiere e fisarmonica si intrecciano in questo disco, scrive un paio di canzoni, “All the Way Down” un’elegia mormorata e stregata, lottando, come la maggior parte di questo disco, con la creazione e la morte; “Silverfish” una parabola dell’impotenza, costruita con dettagli ordinari.

“Celebrity X” è un’assurda cavalcata e “Be At Rest” una considerazione a lato della bara di un ‘Mr. Felice…/Denti molli, insonnia/Studente sotto la media’; le sue pause aride prima di battute impassibili mostrano il leggero tocco satirico dei Felices, nonostante tutta la loro ambizione. “Land of Yesterdays” forse si avvicina di più al cuore superno della band. Lento e sognante, apre il suo velo vaporoso su scene nostalgiche e fedelmente americane, finché crepe e rimbombi nel cielo perforano questo ingannevole conforto, sostituito da un finale epico in cui ‘quell’isola è bruciata’.

Non sorprende che i Felice Brothers abbiano pubblicato una raccolta di poesie in edizione limitata nel 2017. Questo è chiaro quando Ian recita le parole dell’epico finale di otto minuti “We Shall Live Again”, in cui i fan degli AC/DC fanno rima con San Francesco d’Assisi e figure improbabili come nonna Moses e Marcel Proust fanno la loro comparsa.

C’è molto da masticare in queste dozzine di tracce. Leggere mentre si ascolta aiuta a focalizzare e assorbire i colpi di scena concettuali e il gioco di parole affascinante, articolato e mai pretenzioso dei Felice Brothers.   Questo album richiede la piena attenzione dell’ascoltatore, un concetto vecchia scuola; quelli che ci mettono di più ne trarranno il massimo.

Immergetevi. Ne vale la pena!!!