ELECTRIC SOFT PARADE- “Stages”Ecco un gruppo che ha avuto un attimo di notorietà all’inizio degli anni ’00 con l’album d’esordio “Holes In The Wall” per cui arrivarono quasi a vincere il Mercury Music Prize. Poi, come molte “The next big thing”, rientrarono nei ranghi e di loro non si sentì quasi più parlare. Eppure i fratelli Alex e Thomas White da Brighton erano sicuramente dotati e gli Electric Soft Parade uno dei più bei gioielli dell’indie-pop britannico.
Da sette anni i nostri non si facevano sentire, l’ultimo loro album infatti datava 2013 e si intitolava “Idiots”. Il quinto disco della discografia dei due fratelli, “Stages”, è sicuramente il lavoro più difficile, e li vede impegnati a trasformare in canzoni le sensazioni di perdita e smarrimento dovute alla scomparsa della madre, morta nel 2009. La raccolta parla di lei ma anche di come, chi le sta attorno, vive (e ha vissuto) questo dolore, la scomparsa di un genitore ed elabora la cosa. Una vera e propria opera necessaria, per il suo autore (è Alex la principale firma), di passaggio e di catarsi.
Questo “Stages” rappresenta il loro punto di svolta, e si comprende presto, dal sound composto ma sfavillante di questo disco, formato da sette suite vere e proprie (si arriva a lambire infatti l’ora di durata). C’è ambizione, cura negli arrangiamenti e ricercatezza nella composizione che rendono i brani ariosi e maestosi, proprio a livello sonoro ed espressivo. Tutto questo porterà l’album, non inserito su Spotify e stampato solo in 500 copie CD e 250 vinile, proprio per rimarcare l’intimità della pubblicazione, a non avere programmazione radiofonica classica, ma questo pare essere l’ultimo dei problemi di Al e Thomas.
Non pensiate di trovarvi di fronte ad un qualcosa di opprimente o lugubre, perché l’aspetto melodico, per quanto dimostri una certa convenzionalità, fuoriesce alla grande e le emozioni che elargisce sono tutt’altro che opprimenti.
Dalla morbida eleganza quasi anni ’70 di “Saturday”, allo struggimento di “Never Mind” guidata da quel piano e l’ingresso toccante degli archi, passando per il taglio quasi da ballatona ‘made in Teenage Fanclub‘ di “Left Behind” con la chitarra in evidenza fin da subito a delineare il giro melodico. Ma il pezzo che maggiormente è in grado di catturare l’ascoltatore è “On Your Own”, sublime nei suoi dodici minuti. Sembra quasi costruito come il “Bolero” di Ravel, capace di arricchirsi di elementi diversi man mano che si va avanti. Dipende dallo stile di scrittura di Alex che è più da compositore che da cantautore. In altre parole, pur scrivendo canzoni pop, il nostro preferisce agire disponendo le parti in modo che possano interagire, scambiarsi e ritornare nel corso dello svolgimento.
In chiusura “Fragments”, brano fragile ed evocativo, che sembra finalmente dire che la catarsi sia completata, infonde tranquillità e serenità.
Bravi e coraggiosi, non saranno all’altezza degli Elbow, ma superano di gran lunga i ridicoli e pompati Coldplay!!!


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