Il mio “turning point” musicale avvenne quando smisi di leggere “Ciao 2001” e mi accorsi dell’esistenza di un paio di riviste che scoprii esistere sul mercato editoriale musicale. Il tutto accadde all’inizio degli anni ottanta, cominciai ad occuparmi di artisti e gruppi d’oltreoceano e, tra i tanti, due attirarono particolarmente la mia attenzione, Ry Cooder e David Bromberg. Mi ricordo una frase che rimase scolpita nella memoria, cioè che Cooder interpretava pezzi che sembravano autografi, mentre Bromberg componeva brani che sembravano tratti dalla grande tradizione americana.
David è un eccellente strumentista della Pennsylvanya, abilissimo sulle corde (mandolino, chitarra, dobro), ma anche violinista dotatissimo, ha aperto pure un negozio di riparazioni nel Delaware. Per cui se doveste passare per Wilmington e il vostro violino necessitasse un check up, ricordatevi di fermarvi da David Bromberg and Associates Fine Violins per una sistematina al volo.
Molto probabilmente sarebbe rimasto un richiestissimo sessionman (con Dylan per “New morning” e “Self portrait”, con Jerry Jeff Walker, con gli Eagles di “One of these nights”, con Carly Simon, Garland Jeffreys, fino al Joe Henry dei tardi anni ottanta) se, nel 1971, la Columbia non gli avesse offerto un contratto da solista permettendogli di iniziare una carriera che si sarebbe sviluppata sempre nel segno della qualità anche quando andò ad incidere per la Fantasy e la Rounder. Era in grado di scegliere accuratamente canzoni del grande repertorio nazionale americano che venivano rivisitate in modo molto personale. Il serbatoio principale era quello del blues e del jazz di scuola dixie, ma sapeva ascoltare anche suoi contemporanei di cui rendeva indimenticabili certi titoli quali “Mr. Bojangles” firmata da Jerry Jeff Walker e “Kansas City” del duo Leiber & Stoller, che fu interpretata anche dai Beatles ad inizio carriera.
Accanto al repertorio di altri ha saputo proporre originali di pari livello mettendo in mostra una valida vena compositiva. Non è mai stato un precursore né un autore prolifico, ma un songwriter che non sfigurava di fronte al repertorio di cover che il suo gusto e la sua conoscenza gli imponevano di suonare.
È proprio grazie a questa abilità che ha potuto comporre con George Harrison “The holdup” per l’album d’esordio, avere i Grateful Dead quasi al completo nei due dischi successivi ed addirittura una parata di eccezionali musicisti (da Bonnie Raitt a Dr. John, da Linda Ronstadt all’Eagles Bernie Leadon, da Emmylou Harris al di lei formidabile chitarrista e produttore Brian Ahern) per “Midnight on the water”.
È proprio questo ultimo disco uscito nel 1975 che portai a casa con gioia quasi quaranta anni fa. Rimasi colpito dalla copertina in cui un manipolo di musicisti, che sembravano dei patrioti durante la guerra d’indipendenza, risaliva la corrente di un fiume per prendere d’assalto di nascosto un accampamento di giubbe rosse (così almeno apparve nei miei sogni). Fu il lavoro che lo vide per la prima volta formare una band propria che vedeva la presenza di Richard Fergy, Brantley Kearns, Hugh McDonald, Steve Mosley, Peter Ecklund e John Firmin che, con pochi ritocchi, lo accompagnerà in tutti i successivi album.
Un lavoro che rimane una pietra miliare in quello che oggi è definito “Americana”, opera in grado di spaziare su più fronti, dedicandosi anche all’Irlanda. Arrangiamenti sontuosi ed una formazione di eccezionali capacità vola letteralmente sui generi, dal bluegrass al country, dal pop dei fifties alle fiddle-tunes celtiche. Il nostro è magico tanto alla chitarra che al violino per un repertorio di 10 cover ed un pezzo autografo.
Non voglio aggiungere altro, spero di avervi incuriosito a tal punto da far vostro “Midnight on the water” e che possiate provare le mie stesse sensazioni ed emozioni all’ascolto di un tale capolavoro!!!


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