CRAMPS- “Songs The Lord Taughts Us”Di loro sentii parlare la prima volta da un mio amico nel lontano 1980 quando il gruppo fece da spalla al memorabile concerto dei Police in Italia, Reggio Emilia per la precisione. Dei Cramps, per il pubblico numerosissimo accorso al palasport della città emiliana, nulla fu considerato da ricordare, vennero fatti oggetto di lanci di bottigliette a tal punto che, ad un certo momento, Brian Gregory, il chitarrista con il ciuffo sugli occhi, conficcò il manico della chitarra sul palco e abbandonò la scena, seguito immediatamente dai compagni. Ora mettere insieme due band così diverse, sia musicalmente che esteticamente, fu un idea del manager della I.R.S. Records, Miles Copeland, fratello del batterista dei Police, e lo fece unicamente perché entrambe sotto contratto con la suddetta etichetta discografica. In quel momento non fui minimamente interessato della notizia, dei Cramps mi importava nulla, avevo letto qualche notizia che li considerava punk, che io al tempo manco prendevo in considerazione sotto tortura. Fu solamente un paio di anni dopo, nel momento in cui cominciai ad interessarmi di gruppi contemporanei che mi misi in casa il loro debutto e ne rimasi folgorato al punto da mettermi alla ricerca di tutto quanto avessero pubblicato fino a quel momento.
Fondati nel 1976 da Kristy Wallace (in arte Poison Ivy Rorschach, attrice porno) e il di lei futuro marito Erick Purkisher (alias Lux Interior), conosciutisi durante un viaggio in autostop, i Cramps sono uno dei prodotti del mitico CBGB’s di New York, epicentro artistico dell’underground americano di fine anni ’70. Introdotto il misterioso Bryan Gregory alla chitarra e Nick Knox alla batteria, i quattro conobbero Alex Chilton dei Big Star, che nel 1979 produsse l’EP “Gravest Hits”, dove già figuravano il cavallo di battaglia “Human Fly” e una cover schizoide di “Surfin’ Bird”. I loro infuocati show, performati senza bassista, e l’album d’esordio “Songs the Lord Taught Us”, uscito nella primavera del 1980, li resero velocemente una delle sensazioni musicali dell’epoca.
Attratti morbosamente dai grandi simboli della cultura pop americana, i nostri si nutrono in modo maniacale dei classici del rockabilly (Carl Perkins, Jerry Lee Lewis, Elvis Presley e via citando), ne esasperano echi e riverberi e li imbastardiscono con i polverosi riff dei Sonics e un rovente piglio vampiresco à la Screamin’ Jay Hawkins. Il loro improbabile garage-punk va oltre la lezione degli Stooges e regala gioielli come “TV Set”, sorretta dal battito tribale delle percussioni e dilaniata dalle abrasioni chitarristiche di Ivy e Gregory, che a malapena infilano due accordi in croce. Interior, dalla sua, scimmiotta i performer degli anni ’50 strillando sguaiato e perennemente arrapato. Aumentando i giri del motore hanno inventato lo Psychobilly, genere per cui sono stati per più di trent’anni alfieri indiscussi.
Il disco in questione è un caposaldo del rock, un fondamento del voodoo rockabilly: brani lenti, decadenti, malati e selvaggi. Le cover di “Rock on the Moon” (Jimmy Stewart) e “Tear It Up” (Johnny Burnette) sono esilaranti e incandescenti pezzi da circo per luridi drive-in dove perdersi negli impulsi più lascivi. Uno dei segni distintivi del loro rock and roll scalcinato è proprio questa sessualità epidermica ed ostentata: Lux Interior si spoglia, balla con i tacchi, si ubriaca sul palco e inghiotte microfoni, assalta qualche donzella per ottenerne le mutandine a guisa di trofeo. La loro assoluta estraneità a ogni riferimento avanguardista si evince anche dai due elementi che sono alla base della loro poetica: il rock ‘n’ roll dei bianchi e i film horror di serie B.
I tamburi primitivi di Knox danno inizio al rito voodoo per dissonanze di “TV Set”, con i riff urticanti delle chitarre e il canto invasato e sguaiato di Interior. Si prosegue, dopo la cover di Jimmy Stewart di cui sopra, con la spigolosa e randagia “Garbageman”. “I Was A Teenage Werewolf” è uno dei loro capolavori: sembra di assistere ad una parata di licantropi scandita dall’incedere ipnotico ed animalesco della batteria, dalle cadenze malate e spaventose delle chitarre e dalle urla sguaiate e da ospedale psichiatrico di Lux. La pratica magica di “Sunglasses After Dark” è invece un altro vertice dei loro show degenerati.
“The Mad Daddy” è un selvaggio rock – a – billy invasato e scosso da vocalismi singhiozzanti ed epilettici in un contesto di eccitazione livida e sfrenata. “What’s Behind The Mask” si mantiene sulle coordinate musicali e sonore esposte, con una cadenza ritmica dall’incedere “cattivo” e un percussionismo tribale esagitato e convulso, mentre ”Fever” presenta un andatura più sinistra del solito nella quale la voce di Interior è accompagnata da una base musicale lenta e malignamente ritualistica.
Un omaggio per il quarantesimo compleanno di questo lavoro e dimostrazione di come i semi del rock and roll più luciferino siano duri a morire anche a distanza di oltre 60 anni, e come i Cramps meritino senz’altro un posto d’onore tra i grandi maestri del genere!!!


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