CHRIS THILE – ‘Laysongs’ cover album“Laysongs” è, sia per design che per impostazione predefinita, l’album più personale di Chris Thile. È solo lui—voce e mandolino—che offre sei originali e tre cover. Non potrebbe essere diversamente: come ha detto Thile a proposito della registrazione, sarebbe stato ingiusto mettere queste parole in bocca a un altro cantante. Ci sono molti fili spirituali che attraversano la musica: una traccia si intitola “God Is Alive, Magic Is Afoot” e un’altra si chiama persino “Ecclesiastes”.

Musicista che in Italia non lo conosce, praticamente, nessuno, ma fondamentale strumentista della nuova musica americana. Il talento è prodigioso, già in pista nei Nickel Creek che non era neanche un teenager, vincitore di premi e virtuoso del mandolino come forse non avrete mai ascoltato nessun altro e ottimo cantautore dotato di originalità. Anche a Chris è toccato entrare in quarantena e misurarsi con una realtà colma di restrizioni. Così è nato questo disco in completa solitudine: voce, mandolino e battiti di mani. I brani sono percorsi da una religiosità insistita e tipicamente statunitense.

Nessuna di queste selezioni sarebbe giusta se fosse stata scritta per la band di Thile, i Punch Brothers o, se è per questo, per chiunque altro. Ma detto questo, “Laysongs”, non è un’opera di predicazione e, sebbene ci siano forti influenze gospel nei fraseggi che il nostro porta alle canzoni, possono essere facilmente gustate fuori da quel contesto, semplicemente come pure espressioni di gioia e cuore.

È un album veramente agnostico nel senso che Chris mette a nudo le sue incertezze e domande su questioni di fede, ed è perfettamente allineato al crescente movimento ‘exvangelical’ che ha guadagnato una notevole trazione culturale negli ultimi anni. Come sempre accade con le sue registrazioni, non si possono criticare le sue doti tecniche: pochi artisti nella musica popolare hanno una capacità compositiva così lungimirante e sofisticata e come le strutture musicali si relazionano direttamente al tono e al tema. La sua voce cantante raramente attira molti commenti, ma è sempre stato un abile vocalist, e la versatilità delle sue esibizioni qui – il suo falsetto in “Laysong”, in particolare, è sbalorditivo – cattura l’intera gamma del difficile terreno emotivo dell’album. Chiudendo il set con una cover di “Won’t You Come and Sing for Me” di Hazel Dickens, conclude questo ciclo di canzoni evocative suggerendo che, anche in assenza di risposte conclusive, c’è ancora qualcosa di prezioso nelle esperienze condivise e in un vero senso di comunità: potrebbe non essere vangelo, ma è comunque un messaggio che vale la pena predicare.

Thile è a suo agio da solo e, man mano che la collezione si sviluppa, lo siamo anche noi: non ha bisogno di alcun aiuto per raggiungerci. Le tre parti di “Salt (In the Wounds) of the Earth” sono un colpo da maestro, una sorta di mini opera personale, mentre le cover, emanate da Béla Bartók (“Sonata per violino solo”, sapientemente trasposto al mandolino) o Buffy Sainte-Marie (il già citato “God Is Alive…”, basato su una poesia di Leonard Cohen), sono rifatte senza sforzo a immagine del mandolinista.

Forse non per tutti i palati, ma un disco capace di traportarci fuori dal tempo e da qualsiasi situazione negativa non va ignorato!!!