I gallesi mi piacciono molto, sono la squadra per cui tifo nel Sei Nazioni di rugby, sono ricchi di orgoglio per le proprie tradizioni per cui Cate Le Bon è un artista che seguo con piacere, essendo anch’ella gallese. La sua carriera ha vissuto di tre momenti diversi a seconda del luogo in cui era stabilita. All’inizio nella terra di origine e quindi ancora legata alle origini gallesi ed al background folk. In seguito si trasferì a Los Angeles per trovare nuova linfa e nuovi musicisti con cui lavorare, grazie ai quali riesce ad esaltare la propria diversità e riuscendo ad elevare la propria capacità di scrittura. Dopo l’uscita di “Crab day” (2016) è rientrata in Gran Bretagna dando origine al suo terzo momento artistico.
A distanza di un anno dall’album collaborativo con Tim Presley a nome Drinks, Cate torna in veste solista per dare un seguito al valido “Crab Day”, disco che ne sublimava la vena stilistica tra art-rock, post-punk e psichedelia. Concepito, proprio come la recente e barrettiana prova di Presley “Have to Feed Larry’s Hawk”, durante un anno vissuto in perfetta solitudine in una pacifica cittadina britannica del Lake District (Staveley) tra artigianato (si è dilettata nel costruire tavoli e sedie in legno) e lunghe suite notturne al piano (un vecchio Meers), il disco è stato co-prodotto da Samur Khouja e Josiah Steinbrick (entrambi residenti a Los Angeles) e vede la presenza di Stella Mozgawa delle Warpaint e del gallese H.Hawkine (che ha già collaborato con lei in passato).
Il nuovo lavoro “Reward” è stato anticipato da un paio di singoli che sono piuttosto ingannevoli rispetto al resto del programma. Si tratta di “Daylight matters” ballata di estrazione indie e “Home to you” un pezzo in odore di dream pop con una melodia in grado di avvolgerti per non lasciarti più. Rappresentano il lato maggiormente classico, lineare e di facile ascolto rispetto al resto della scaletta.
In realtà siamo di fronte al suo album che rispecchia in modo più compiuto la propria intimità ed introspezione a cui associa il solito metodo fatto di uno stile sghembo. I brani sono scarnissimi composti da suoni sfasati e melodie avant pop alquanto naif (“Miami”), di chitarre il cui uso sembra derivare da un dilettante, accompagnate da sax e ritmi pulsanti (“Mother’s mother’s magazine”) oppure di arpeggi, ripetitivi e ipnotici, alla chitarra o al piano (“Here it comes again”, “Sad Nudes”).
La definirei una cantautrice che agisce su di un piano parallelo rispetto alla normalità, per cui si astengano dall’ascolto coloro i quali si dilettano solo di sonorità dritte e pulite, in una parola radiofoniche!!!


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