CAR SEAT HEADREST- “Making A Door Less Open”“Making A Door Less Open” è il dodicesimo album a firma Car Seat Headrest, project band capitanata da Will Toledo a due anni da “Twin Fantasy (Face to Face)” e a quattro da “Teens of Denial”, il disco che li aveva fatti conoscere su vasta scala dopo che nel corso dei sei anni precedenti avevano dato vita ad un carriera underground costellata da una lunga e confusa serie di autoproduzioni.

Scritto nel corso di quattro anni, “Making a Door Less Open” è il risultato di una fruttuosa collaborazione tra i Car Seat Headrest, guidati da Toledo, e 1Trait Danger, un progetto CSH elettronico formato dal batterista Andrew Katz e l’entità alternativa di Toledo, “Trait”. La band ha registrato il disco due volte: una volta con chitarre, batteria e basso, e la seconda in un ambiente MIDI utilizzando solo suoni sintetizzati. Durante il processo di mixing, i due approcci sono stati gradualmente combinati utilizzando elementi da entrambe le registrazioni e con l’aggiunta di sovraincisioni. In questo modo, l’opera ha visto Toledo adottare nuovi metodi creativi nella scrittura e nella registrazione, dando enfasi ai brani singoli, ognuno con la propria energia speciale, invece di cercare di creare una narrazione coerente in tutto l’album, come già fatto in passato. Ne risulta il suo album più aperto e dinamico di sempre, quasi fosse un nuovo esordio considerando lo stacco netto con quanto pubblicato in precedenza.

Se vi ponete la domanda se il cambiamento è in meglio oppure in peggio la risposta risiede da quale parte stiate. Se siete dei fan del suono lo-fi, con sonorità sghembe allora potreste avere dei problemi nell’apprezzare il contenuto di “Making a door less open”, rimanendo sicuramente disorientati di fronte alla proposta molto più meditata e studiata.

La nota prolungata nell’opener “Weighlifters” è il preludio a un sottobosco di incastri ritmici che si dispiega poco per volta giocando su elettricità à-la Talking Heads, nei quali Toledo sembra già farsi prendere dall’urgenza di comunicare il punto di vista di Trait (“I see the patterns in things/ I never knew this was a part of me/ A wolf sings in the choir/ I feel the tension/ I’m afraid it will break/ I should start lifting weights”). La successiva “Can’t Cool Me Down” ha il compito di delineare meglio i termini del nuovo corso: una scrittura sempre riconoscibile, chiaramente influenzata da uno spleen anni Novanta, ma desiderosa di aggirarsi per il mondo indossando abiti nuovi. Anche quando l’immaginario si rende più manifesto, come nei riferimenti Pavement e Beck-iani di “Hollywood” o nei bordoni ipnotici e frastagliati in chiave Wilco di “There Must Be More Than Blood”, Toledo riesce a cristallizzare i tratti distintivi del suo lessico, sempre in bilico tra quieto disagio e ironica veemenza; un invidiabile connubio che continua ad ammantare i suoi lavori fin dall’esordio per Matador.

L’opera è un tentativo ambizioso di mettere da parte canoni strofa/ritornello (ai quali peraltro Toledo non è mai stato particolarmente avvezzo) e concedersi il lusso di uscire più allo scoperto artisticamente. Un cd che risulta interessante ed ispirato se vogliamo persino mosso nonostante quell’indolenza vocale di Will, ma che non è ancora perfettamente a fuoco su quello che Toledo vorrà produrre ‘da grande’!!!


Please follow and like us: