Evento in casa Burial. Il doppio cd, realizzato per celebrare i 15 anni dell’etichetta Hyperdub, mette insieme i singoli usciti appunto nell’ultimo decennio. Quest’anno il producer, il cui ultimo album “Untrue” risale al 2007, ha pubblicato il singolo “Claustro/State Forest” e “Flame 2”, secondo capitolo della collaborazione con The Bug.
Una statistica mai rilevata ma sicuramente veritiera rivela che il post–Untrue di Burial è stato accolto in tre modi: secondo alcuni meglio la produzione antecedente quell’album, secondo altri più definito quello arrivato successivamente, la terza corrente di pensiero sostiene che si, forse, maggiormente interessante quello arrivato posteriormente ad “Untrue”, ma sarebbe meglio che il nostro appendesse le scarpe al chiodo. Non mi pongo questi problemi, mi piace ascoltare e giudico per la qualità che percepisco e nel caso di William Bevan posso affermare che la sua parabola artistica è stata di gran livello.
Questo doppio disco è una raccolta, ma non va recepita come tale, ma piuttosto come una pietra miliare che riesce a scuotere questi anni e farli risplendere. Il nostro è una leggenda del dubstep e la sua storia merita di essere ripercorsa ed onorata con tutti i crismi. Vengono coperti gli ultimi otto anni della produzione di William, dietro cui c’è il sapiente lavoro di Kode9. Un percorso immaginifico in cui vengono creati paesaggi sonori post-moderni attraverso sonorità che parlano di luoghi suburbani desolati, di periferie che analizzano l’interiorità degli esseri umani, di una natura che è espressione di stati emotivi.
La sequenza presentata è semplicemente pazzesca, equamente divisa tra umori densamente emo – ora più rarefatti (“Young Death”), ora schioccanti a livello di bastonate (“Hiders” e “Come Down to Us”), ma anche la dance 90 di “Claustro”. Siamo solo all’anno 2011, ma non appena si piomba nell’anno successivo le certezze acquisite vengono meno, si avanza a strappi. Lo scheletro dubstep di “Kindred”, quel mezzo miracolo che è “Rough Sleeper” – qui saggiamente anticipata rispetto a “Truant”, per esigenze di continuità sonora di scaletta – in cui dalla desolazione un po’ noir dei vicoli della città emergono a un certo punto luci dalle ombre, disegnando, inattesi e abbacinanti, due minuti di bellezza e di gioia, prima di ricadere nella pioggia boke di un samurai solitario.
Sono rimasto a bocca aperta durante l’ascolto, la sua musica è cambiata, con gli anni si è andata espandendo e aprendo, complicando, mostrando che si poteva dire e fare la stessa cosa in maniera lateralmente differente. Dopo “Street Halo” (marzo 2011) le cose cambiano ancora, ecco che scompare il grime e che spuntano, oltre a dubstep, anche 2–step garage e ambient. Oggi la situazione è questa: Electronic, downtempo, dubstep, UK bass, future garage, ambient.
Un must dell’elettronica di questo millennio!!!


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