BRIAN ENO- “Another Green World” cover albumL’importanza di Brian Eno nel mondo del rock in senso lato è basilare, non solo come (non) musicista, ma anche quale produttore e pure al di fuori dei confini strettamente discografici, grazie ad una serie di collaborazioni a tutto campo, per esempio con artisti figurativi, registi, architetti, urbanisti. Molte sue musiche sono adottate dal cinema e, parallelamente, tra le attività musicali del nostro si riscontrano diverse pubblicazioni dedicate a mostre, installazioni, performance musicali dalle caratteristiche particolari, dove spesso si rivela un maestro dell’immobilità creativa.

La seconda metà degli anni 70 si prefigura come una sorta di terra mezzo nella storia della cosiddetta musica leggera, ed è presto detto spiegarne i motivi che si annodano principalmente nell’esaurirsi della spinta del progressive, dello spengersi della fiamma della breve stagione del glam e alla contemporanea crescita di quello che sarà il movimento il punk, senza tralasciare il prepotente ingresso nella scena dei sintetizzatori e dell’elettronica.

Siamo intorno alla metà degli anni settanta, Brian è fecondo e produttivo, in grado di districarsi in universi sonori diversissimi tra loro e riesce a sorprenderci con un pugno di canzoni, 14, che costituiscono la summa della sua carriera di rocker trasversale. Per poter fare questo ha bisogno di musicisti di elevato livello qualitativo e in questo disco ne troviamo in gran quantità. Phil Collins alla batteria, John Cale alla viola e Robert Fripp alla chitarra tanto per gradire e tanto per chiarire quanti e quali siano gli ingredienti occorsi alla realizzazione di cotanta prelibata pietanza. “Another Green World” si colloca nella fase di mezzo della carriera di Eno, tra le sperimentazioni sulla forma canzone e i futuri lavori pionieri dell’ambient-music. E’ insomma quella che viene comunemente chiamata un’ opera di transizione.

Ci si aspetterebbe quindi un lavoro poco unitario, abbastanza frammentato, disomogeneo. Ma non è così. Com’ è possibile? Perché le sue tracce sono appunti di colore, piccoli tasselli cristallini che brillano di luce propria e che uniti formano un meraviglioso quadro. Tecnicamente questo si raggiunge perché Eno usa lo studio di registrazione in maniera rivoluzionaria. E cioè come strumento. Col suo genio creativo ‘manipola’, tratta i suoni come la tela di un dipinto, a lui interessano soprattutto i tape. E qui anche un incompetente potrebbe lavorarci su, assemblando a suo piacimento parti suonate da musicisti ‘competenti ‘. E’ la sua teoria di ‘musica per non musicisti’.

Si comincia, in “Sky Saw”, col duetto fra bassi di Paul Rudoph e Percy Jones che stridono leggermente a creare una ipnotica melodia che si trascina sino alle brevi frasi sussurrate da Brian, chiuse dall’incantevole viola opera di John Cale, il tutto ritmato con precisione chirurgica dalla batteria di Phil Collins. “Over Fire Island” si fregia ancora dei ricami di Collins e Rudolph in un’atmosfera più jazz, in cui il tocco elettro eniano conferisce un’aura unica e inconfondibile. “St. Elmo’s fire” è un incanto, melodia semplice ed orecchiabile in cui il tocco chitarristico di Fripp, caldissimo e scintillante, squarcia in metà le trame di organo e piano, ma pure il nostro cuore. “In The Dark Trees” ci introduce nel mondo delle suggestioni ambient di Eno, oscura, minacciosa e inquietante come una passeggiata notturna in un luogo che mette i brividi solo ad immaginarlo. Ci si imbarca in “The Big Ship” in cui la melodia è sempre più clamorosamente elettronica ed elettrica. Si ritorna a respirare un’atmosfera pop nel brano “I’ll Come Running” dov’è ancora protagonista Fripp, ma la cui splendida melodia è nobilitata pure dal piano di Rod Melvin. La title track è la perfetta sintesi del pensiero di Brian Eno in atto nel disco, non ambient, non pop, semplicemente eniana.

Altra splendida miniatura è “Little Fishies” tanto deliziosa da scorrere via ogni volta senza averne apprezzato appieno il gusto. Tenerissima e malinconica è invece “Golden Hours”, con la voce del musicista inglese che si perde tra i suoni e tra le sue speranze. La successiva “Becalmed” ci trasporta alla deriva di un mare calmo e notturno, alla ricerca della quiete più assoluta, così tenue e sommessa da essere quasi meno intrusiva del silenzio. Il disco si chiude invece all’insegna dell’ inquietudine con “Spirit Drifting”, ultimo disegno ambient dal sapore indefinibile, fluttuante tra i pensieri più oscuri e remoti, temibili e per questo respinti.

Eravamo nel 1975, ascoltandolo oggi ci sembra ancora attualissimo. Un disco da cui una schiera di musicisti sono partiti per disegnare il futuro!!!


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