Ci sono persone che considerano Bon Iver un fuoriclasse del cantautorato indie, altre che al solo sentirlo nominare storcono la bocca. Per i primi “For Emma forever ago” è un indiscutibile capolavoro, per i secondi un disco di una noia mortale. Io, nel mio piccolo di ascoltatore, mi colloco in una linea mediana, per me Justin Vernon non è al livello di un Bill Callahan oppure di un Will Oldham, ma sicuramente un musicista dotato di buona penna e sempre alla ricerca di un rinnovamento di stile.
All’inizio era parco nelle uscite, in questi ultimi anni le pubblicazioni che lo vedono coinvolto sono aumentate a dismisura. Ad essere onesti quelle a nome Bon Iver sono solamente quattro in dieci anni di attività, ma ci sono altri progetti quali i Volcano Choir, un sodalizio con i Collections of Colonies of Bees, che conta di un paio di lavori, la partecipazione alla compilation “Dark was the night” organizzata dai The National, in cui è presente sia come Bon Iver che come Big Red Machine, combo che lo vede in coppia con Aaron Dessner, i quali arriveranno ad un esordio solo lo scorso anno con un album omonimo che considero piuttosto dimenticabile.
Il disco che va considerato come svolta nella carriera artistica del nostro è stato “22 in a million” del 2016, un lavoro in cui Justin torna a suonare quasi tutto da solo e vede l’autore sperimentare nel solco della scrittura pop. Le reazioni sono contrastanti, si fa fatica ad accettare le destrutturazioni vocali e sonore e il coinvolgimento della musica black, quella moderna tra new soul e R’n’B. Probabilmente in molti si sono fermati ad un singolo ascolto, perché dopo ripetuti listening quello che risulta è una eccellente scrittura pop.
Dopo un tale disco Vernon aveva due strade da scegliere, cioè un ritorno alle origini oppure proseguire in un’ulteriore sperimentazione sia vocale che sonora per addentrarsi in territori sempre più astratti e con arrangiamenti miniaturizzati.
“i,i” risulta essere una via di mezzo in cui, forse, a prendere il sopravvento è la prima ipotesi, non nel senso di un ritorno ai bozzetti folk degli esordi, ma piuttosto di miscelare l’analogico all’elettronica, che dipinge il pop con l’urban soul, che non rinuncia a ricercare soluzioni nuove per quanto riguarda l’uso della voce e ad utilizzare quanto la moderna tecnologia mette a disposizione. L’autore lo definisce il suo più completo e maturo, una sorta di nuovo inizio. Manca forse l’effetto a sorpresa, ma esiste un maggior equilibrio ed armonizzazione tra le varie componenti. La definizione più calzante potrebbe essere opera di sintesi tra le varie anime della sua musica.
Questo nuovo lavoro credo che continuerà a respingere gli ascoltatori tradizionalisti, mentre attrarrà coloro che subiscono il fascino del cantautorato pop sofisticato.
Analizzando alcuni brani, la partenza è quanto di più vicino al soul il nostro abbia mai partorito. “iMi” si colloca sulla linea del disco precedente per quanto riguarda la ricerca sugli effetti vocali, mentre “We” è corroborata da una linea pulsante e dalla presenza dei fiati.
Le cose si fanno differenti con “Holyfields”, presente un synth ipnotico, archi in sottofondo per una melodia che mi ricorda alcune cose di Peter Gabriel. “Hey ma” è un pezzo molto accattivante che non faticherà a conquistare consensi così come è destinato a fare il singolo “”Faith” bella commistione tra elettronica ed analogico.
Se verrà data la possibilità ad “i, i” di essere metabolizzato, credo che porterà dalla propria parte anche gli ascoltatori più scettici!!!


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