BOB MOULD- “Blue Hearts” cover albumOgni volta che esce un nuovo disco di Bob Mould non so mai come comportarmi, nel senso che non ho apprezzato tutto quanto l’ex Husker Du ha prodotto nel corso della propria carriera solista. Ultimamente il buon Bob ha ritrovato una serenità interiore dovuta al fatto di essersi trasferito da San Francisco a Berlino, come si può appurare dal lavoro dello scorso anno “Sunshine rock”, album dotato di solare ottimismo. In quest’occasione però non può fare a meno di guardare in cagnesco la vecchia dimora e lanciare invettive nei confronti della società americana.

“Blue hearts” è stato registrato presso il celebre Electrical Audio di Chicago, con la produzione di Beau Sorenson e contiene il singolo “American crisis” inciso durante le sessions di registrazione di “Sunshine Rock“, ma poi scartato perché ritenuto troppo pesante. Ascoltato per la prima volta mi è sembrato di essere proiettato nel passato, nel momento in cui, quaranta anni fa, gli Huskers davano alle stampe il loro “Metal circus” e rimembrare la furia contro il sistema che brani quali “Real world” e “Lifeline” emanavano. Il nuovo singolo è un racconto di due epoche, parla di passato e presente. I paralleli tra il 1984 e il 2020 sono spaventosi: leader telegenici e carismatici appoggiati da estremisti cattolici, ma incapaci di gestire l’attuale pandemia come in passato l’epidemia di HIV/AIDS.

Questo risulta essere un lavoro molto diretto, una rabbiosa collezione di 14 brani descritti dall’artista stesso come il mucchio di canzoni di protesta più accattivanti da lui composte. Insieme all’ex Husker Du la band è composta da Jon Wurster alla batteria Jason Narducy al basso, ormai presenze fisse dai tempi di “Silver age”. Grazie alla formazione in trio lo stile è acerbo ma maledettamente efficace.

Nell’acustica “Heart on my sleeve” c’è una riflessione sui cambiamenti climatici, mentre in “Next generation” si manifesta una forte preoccupazione per ciò che accadrà in futuro, ma non ci si piange addosso, anzi è un chiaro invito alla ribellione. Rappresentano le due tracce maggiormente politiche della raccolta e sono state poste, con consapevole scelta, all’inizio del programma. Successivamente le liriche rientrano in ambito personale, spaziando tra la speranza di un domani migliore e la consapevolezza di quanto non sia così facile e certo da raggiungere.

I testi esprimo rabbia e rancore, ma non è da meno l’aspetto sonoro. Prendete “Fireball”, intriso di una ferocia che non sentivamo dai tempi del gruppo di Minneapolis. Non ci sono cali di tensione, il tutto seppellito da distorsioni chitarristiche. Per alcuni ascoltatori sarà difficile superare lo scoglio dell’ascolto, perché giudicato troppo monolitico. Però Mould le canzoni le sa scrivere, come dimostrato dal suo percorso artistico, quindi quello che gli interessa è il rispetto dei propri ideali e, credo di poterlo affermare con assoluta certezza, ha dato vita ad un album vero e potente!!!


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