Forse era necessario un evento speciale affinchè entrassi nell’ordine delle idee di recensire qualcosa di sua maestà Bob Dylan. L’occasione mi è data dall’uscita del box relativa alla tournee con la Rolling Thunder Revue e dalla contemporanea visione su Netflix del documentario di Martin Scorsese relativo allo stesso argomento.
Torniamo indietro di un anno, al 1974, si assiste ai preparativi per l’album “Blood on the tracks”, dopo un lungo periodo transitorio, in cui il nostro fece uscire dischi non all’altezza della sua fama secondo la critica di allora, che avrebbe sempre voluto che le pubblicazioni esaudissero le idee loro e non quelle dell’autore. Sicuramente non fu il periodo migliore quello tra il 1967 e il 1973, ma in ogni lavoro pubblicato c’erano sempre almeno un paio di pezzi che ti lasciavano a bocca aperta.
Ma quell’anno lo vide disseminare autentiche gemme in studio e intraprendere esibizioni live in cui si sentiva protagonista, non più prigioniero del suo personaggio, anche questo creato da critica e, in misura minore, dai fans. Nel gennaio del 1975 uscì “Blood on the tracks” ed era già pronto il successivo “Desire”, che vide la luce l’anno seguente.
Al nostro venne in testa un’idea particolare (la leggenda vuole che fu che l’idea sonora e del tour gli venne ad una processione in Provenza) cioè ritornare alle proprie origini di musicista folk, di desiderare di tornare a suonare con gli amici di quel periodo al Village da Joan Baez ad Arlo Guthrie e tanti altri. Ne convocò alcuni in uno studio sulla 54ma Strada per provare insieme, ma senza un’idea precisa di dove volesse andare a parare. Telefonò ad Allen Ginsberg all’alba, dopo un periodo di tre anni in cui non si erano visti, invitandolo a partecipare, ad andare in giro.
L’idea era quella di intraprendere una tournee con un carrozzone e di fare uno spettacolo a carattere teatrale, con vari musicisti al seguito per un blend sonoro che si muovesse tra country, folk, rock e vaudeville. Ogni concerto aveva una durata media di tre ore, i musicisti si esibivano a turno con quattro, cinque pezzi ciascuno e Dylan entrava sul palco, spesso mascherato e con un cappello a tesa larga, per la parte centrale e finale di ogni serata. Fu sicuramente un pensiero geniale spostarsi tutti assieme da una città all’altra, suonare in piccoli locali da due-tremila posti con musicisti pazzeschi al seguito. Alcuni formavano l’ossatura della band quali T-Bone Burnett, David Mansfield, Steven Soles (al termine del tour divennero la Alpha band), Scarlett Rivera, Rob Stoner, mentre gli ospiti, che potevano variare da sera a sera, vedevano protagonisti Roger McGuinn, Joan Baez, Joni Mitchell, Mick Ronson, Richie Havens, Ramblin’Jack Elliott, Kinky Friedman, Allen Ginsberg ed altri.
La cosa funzionò per tutto l’autunno del 1975, molto eccentrica ed originale, poi si normalizzò, i piccoli teatri di provincia divennero arene da oltre diecimila posti (nel documentario di Scorsese il manager che curò le varie date affermò che furono un disastro dal punto di vista economico, troppe le spese a fronte delle entrate, Bob disse la stessa cosa, ma aggiunse che, artisticamente, fu un successo) con il gran finale al Madison Square Garden, luogo che non fa certo pensare a dei poveri pellegrini (come il carrozzone si riteneva). La parte dell’anno nuovo fu ancora peggio perché assunse le vesti di una tournee vera e propria che si concluse a Salt Lake City il 25 maggio 1976. Ciò che si conosceva di quel periodo era rappresentato da “Hard rain” che era testimone di una situazione infedele alla realtà di ciò che successe veramente in quel periodo. In fondo non era che un’altra occasione persa per quanto riguarda i live di Bob.
La vera Rolling Thunder Revue fu quella del 1975 e, ad oggi, avevamo come testimonianza il doppio uscito nel 2002 delle Bootleg Series (vol. 5). Grazie a questo box di quattordici cd si riempie un vuoto, le fantasie diventano realtà, vengono riportati cinque concerti interi, tre cd di prove informali ed un cd di brani presi da diverse serate.
È una full immersion grazie alla quale possiamo ascoltare Zimmerman in un momento magico, con una voce da brividi (sfido chiunque ad affermare il contrario), una delle sue tante voci a seconda di come ha pensato di rinnovarsi all’interno della sua sconfinata conoscenza della tradizione. Il nostro ci riporta a galla brani del passato quali “Dark as a dungeon”, “Wild mountain Thyme”, “Ballad of Ira Hayes”, “This land is your land”. Spettacolari i duetti con Joan Baez che riportano i due insieme come all’inizio degli anni sessanta, con quel “call and response” delle canzoni di gioventù, ma anche quelle del repertorio recente, tra cui quelle di “Desire” non ancora uscito. La veste sonora che ammanta i pezzi è un country soul folk tipico di “Desire” con in evidenza il violino della Rivera, capace di trapanarti l’anima. Ascoltate la sequenza “Hurricane”, “One more cup of coffee” e capirete cosa intendo in relazione all’uso del violino.
Mi sono immerso nel box per una intera settimana, non ascoltando altro, ne sono uscito con la convinzione che come Dylan non ce ne sono mai stati, non ce ne sono ne mai ce ne saranno!!!


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