Due avvenimenti hanno caratterizzato questo periodo di silenzio da parte dei Black Mountain. Tra la fine dell’ultimo tour ed ora hanno perso due membri storici della formazione, il batterista Joshua Wells e la voce femminile Amber Webber, rimanendo solo McBean e il tastierista Jeremy Schmidt del nucleo storico.
Altro fatto, che magari considerate di scarsa rilevanza, è che il leader ha conseguito la patente due anni fa. Questo accadimento ha relazioni con il nuovo disco “Destroyer”, infatti il titolo fa riferimento alla mitica Dodge Destroyer, auto che non potete non conoscere se seguite film americani e serie TV ambientate negli Stati Uniti. Inoltre l’album si presta ottimamente per essere suonato in macchina, ad alto volume, sfrecciando per le Highways statunitensi.
Per comporre “Destroyer” McBean si è chiuso in studio con la sua band invitando amici e nuovi musicisti. Proprio durante le session del nuovo album si sono uniti ai Black Mountain Rachel Fannan (Sleepy Sun) e Adam Bulgasem (Dommengang & Soft Kill), oltre alle collaborazioni con Kliph Scurlock (Flaming Lips), Kid Millions (Oneida) e John Congleton (St. Vincent, Swans).
Volti nuovi, ma nessuna rivoluzione nel sound dei nostri, ancorati al solito blend di rock classico, hard-psychedelia, progressive, punk e metal, ormai riconoscibilissimo marchio di fabbrica della “Montagna Nera”.
Il brano che apre il lavoro, “Future shade” possiede riff smaccatamente hard-rock, sottolineati da synth anni ottanta e da una linea melodica indovinata, ma radiofonica. Ci si potrebbe vergognare ad apprezzare, ma non si può fare a meno di pensare di percorre quelle strade americana ad alta velocità perché praticamente deserte. In questa nuova fatica a predominare è l’anima più dura del gruppo, ma ciò non significa che il disco sia monotematico. Assistiamo a momenti di ipnosi minimalista (“Closer to the edge”) che ci conducono per sentieri spaziali, ascoltiamo melodie sixties che si vestono a festa con barocchismi di matrice heavy-prog (“Pretty little lazies”), non manca il blues psichedelico (“Boogie lover”) né un brano di chiara reminiscenza new-wave, anche nell’approccio vocale, composto da synth e drum machine (“FD ‘72”).
La canzone più variegata risulta essere “Horns arising”, inizia con tipico riff dei nostri con voce filtrata da vocoder, dopo un paio di minuti si sposta verso una hard psichedelia che si stempera lentamente in bucolici momenti di folk visionario, per poi riesplodere nel riff assassino.
Forse non il loro miglior album (tenete presente dei cambi di organico), ma ascoltandolo viene voglia di intraprendere un viaggio e guidare verso l’infinito!!!


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