Quanto mi mancava un nuovo disco di Bill Callahan, per l’esattezza sei anni da “Dream River” ultimo album di studio, non contando “Have fun with God” che del precedente era una versione dub, e il “Live at Third Man Records”, piacevole, ma prescindibile.
Nella vita di Bill ci sono stati diversi cambiamenti, si è sposato con Hanly Banks, fotografa e regista, dalla quale ha avuto quattro anni fa un figlio, Bass, si diverte su Twitter, non sembra voglia spostarsi dalla cara Austin e tutto il suo repertorio discografico è su Spotify. Sono lontani i tempi in cui il nostro ci aveva abituato ad una scadenza annuale delle sue uscite discografiche. Come saprete all’inizio il mondo discografico lo conosceva come Smog, uno degli originali di quel cantautorato lo-fi, che piano piano superò per affrancarsene totalmente quando mutò il proprio nome in quello di battesimo.
Tanti anni senza sentire la sua voce ed ascoltare la sua musica cominciavano a diventare un fardello difficile da accettare, per cui è con gioia che accolgo “Shepherd in a sheepskin vest” e, con attenzione leggo i testi di “Writing” che sono una spiegazione della lunga pausa, in cui chiarisce che la vita può subire mutamenti, ma l’ispirazione no:

“It feels good to be writing again
Clear water flows from my pen
And it sure feels good to be writing again
I’m stuck in the high rapids, night closes in
It feels good to be singing again
Yeah, it sure feels good to be singing again”

Siamo al cospetto di un album che, come quelli incisi con il proprio nome, risultano molto rilassati ed intimisti. Ad assecondare musicalmente il cantautore saltuariamente appaiono dei comprimari – Matt Kinsey alla chitarra, Brian Beattie al basso acustico – e ancora più raramente una batteria irrompe tra le note (“747”, “Relesead”): a dominare sono la voce, la chitarra e le parole di Callahan. Gli arrangiamenti spartani non inducono a sonnolenza l’ascoltatore, perché il modo in cui sono posti riescono a far superare la possibilità di monotonia. La bontà della sua arte risiede nella capacità di scrittura, che lo colloca come uno dei migliori cantautori degli ultimi trent’anni, anzi credo che, assieme a Will Oldham, sia il meglio che si possa trovare.
Dopo un primo ascolto, il nuovo lavoro mi sembrava un disco in cui mancassero brani in grado di venire ricordati a lungo, forse più un‘opera in presa diretta quasi a voler pubblicarla senza troppi ripensamenti sul fatto che una maggiore attenzione in studio avrebbe dato risultati più consistenti.
Continuando la valutazione del disco con ascolti successivi, ho compreso che si tratta di un album che va inteso nel suo complesso e non nell’insieme delle parti. È lungo ed anche impegnativo, non esiste un centro focale, ma tanti piccoli racconti che potrebbero preludere a nuove situazioni musicali che meglio si definiranno in futuro.
Canzoni di livello superiore ne sono presenti, basti citare “What comes after certainty” che suona più Nick Drake di Nick Drake stesso, oppure “Camels” con quel senso di inquietudine e tutte le positive vibrazioni che emana e ancora “Lonesome valley” dotata di una splendida melodia ed impreziosita da un controcanto femminile. L’aspetto che tengo a sottolineare è il lavoro del nostro sulla chitarra, mai aveva raggiunto simili vette, per cui notevole l’impegno di Bill che sarà stato considerevolmente assorbito in tale compito.
Si senta “747” con tutti i refrain ed i crescendo di cui è dotata, oppure la ricchezza degli arabeschi di “Watch me get married”, gli innumerevoli dettagli che scorrono in “Young Icarus” e “The beast”. Verrebbe quasi la voglia di collocare l’album tra quegli autori di “american primitive guitar” se non fosse che il nostro ne offre una versione più gentile ed aggraziata e, ovviamente, cantautorale.
Cos’ altro aggiungere se non che, nonostante una delle copertine più brutte che mi sia mai capitato di vedere, dentro a questa opera possiamo trovare la voce più intensa e profonda in circolazione!!!


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