BEN HOWARD: “Collections From The Whiteout”“Collections From the Whiteout” è il quarto album di Ben Howard, cantautore inglese che ha esordito nel 2011 con “Every Kingdom” (tra i più venduti di quell’anno in patria, ad oggi circa 800.000 copie). Il lavoro esce a tre anni di distanza dal meno fortunato “Noonday Dream” e a sette da “I Forget Where We Were”, probabilmente l’opera più compiuta di Ben. Meno ambizioso e più primaverile del solito, l’album (anticipato dai singoli “What a Day” e “Crowhurst’s Meme”) prosegue nel solco di un cantautorato principalmente acustico, caldo ma malinconico, non disdegna la ricerca di nuovi stimoli nell’elettronica, nella produzione di Aaron Dessner e nelle collaborazioni con Yussef Dayes, James Krivchenia e Thomas Bartlett.

C’è una tavolozza sonora più atmosferica e strutturata in gioco, il risultato di lasciare fluire più idee. “Follies Fixture” prende vita con sintetizzatori in stile Eno come un razzo nella stratosfera – la voce gentile di Howard poi emerge e rimane costante, né migliore né peggiore rispetto ai dischi precedenti; solo sempre affidabile.

L’album raccoglie frammenti di notizie e aneddoti per formare la spina dorsale lirica, dalla morte nel 1968 del marinaio dilettante Donald Crowhurst sul terroso e intrigante “Crowhurst’s Meme” alla ringhiante distorsione di “Finders Keepers”, che riguarda il corpo smembrato di un amico del padre di Howard trovato galleggiante lungo il Tamigi in una valigia. Queste storie peculiari e inquietanti vengono eseguite con quella che il cantautore ha chiamato ‘un’astronave di pedaliere’. Le chitarre acustiche di un tempo non perdono del tutto il loro posto, ma entrano in scena un minuto o due nel procedimento, aspettando molto più a lungo del solito che la polvere si depositi.

L’espansione del nostro, sia in termini di produzione che di storie che desidera raccontare, crea un disco cacofonico con strumentazione complessa, a volte confusa e melodie rigide. A volte è soddisfacente e catartico scavare tra le macerie e trovare un diamante; a volte troppo caotico per provare.

La sperimentazione paga sul robusto “Far Out” e poi su “Rookery”, un numero folky ed essenziale che ricorda i giorni più malinconici di Ben. Anche le canzoni mediocri vantano scorci di brillantezza – prendi l’introduzione sbalorditiva e brusca di “Sage That She Was Burning”, e il ritmo sbuffante del treno a vapore di “Make Arrangements”, che sanguina in una linea di chitarra di Dessner quasi identica al suo lavoro su “Peace” di Swift.

L’obiettivo era forse quello di catturare la vastità delle idee di Howard, ma il risultato è incostante; un piccolo editing giudizioso avrebbe fatto molta strada. Più gratificante del tortuoso album del 2018 “Noonday Dream”, ma non così penetrante come “I Forget Where We Are” del 2014, il quarto disco di Ben Howard vede l’artista andare oltre i suoi metodi abituali e dimostra, semmai, che ha troppe buone idee per rimanere concentrati. Lavoro interlocutorio, ma con buone prospettive per il futuro!!!