Ecco un disco che nasce dalla pura passione, sia di chi lo ha ideato sia dei musicisti coinvolti. Tutto è nato intorno all’organizzazione del “Buscadero Day”, manifestazione che si è svolta per anni sulle rive del lago di Pusiano (Co). Il progetto ora si è spostato su quelle, certamente meglio organizzate ed ampie, di Ternate (Va). L’organizzazione ha beneficiato del supporto di una serie di appassionati che, in base alle proprie scelte e possibilità, ha permesso di raccogliere una somma superiore a quella auspicata. Il doppio CD, giustamente intitolato “Buscadero Americana”, è nato grazie all’apporto di una serie di artisti, stranieri ed indigeni, che hanno messo a disposizione il loro talento per offrire una serie di cover di altissimo livello. “Coverizzare” un pezzo altrui può essere un’operazione rischiosissima se non si ha la cultura musicale necessaria, la finezza, la personalità, per non scadere nella pedissequa riproposizione di una canzone spesso celebre, ed il cui raffronto, inevitabile, può essere tagliente ed impietoso come pochi. Non è questo il caso, perché si possono ascoltare brani che creano stupore ed emozione. Trentasei canzoni, divise equamente tra artisti stranieri ed italiani.
La mente dietro a questa opera è quella di Andrea Parodi, si occupato di trovare e mettere assieme i musicisti con l’unico scopo di omaggiare la rivista “Buscadero”, storico magazine di informazione rock e non solo.
Si apre con Thom Chacon che, insieme alla splendida Mary Gauthier rivisitano “The Speed of The Sound of Loneliness” di John Prine. Versione in punta di dita e chitarra, cantata splendidamente sulle due voci dei nostri. “Madame George è uno dei capolavori di Van Morrison, canzone per cui ho visto piangere signore ai suoi concerti. Si prende l’onere James Maddock e lo fa in modo creativo e personale. Giocata sulla fisarmonica che permea tutto il pezzo di magia, viene resa in maniera favolosa. Sette minuti di meraviglia ed emozione. L’inizio dell’album è favoloso e continua su livelli di eccellenza con “Thunder road” interpretata da Michael McDermott. Il brano è uno di quelli che Bruce scriveva e sarebbe entrato nell’olimpo del suo songbook, che appare così lontano dallo Springsteen odierno. Michael ce ne offre una versione molto bella, tutta pianoforte in evidenza che mette i brividi e ci fa chiedere dove sia finito il “Boss”.
Grandi emozioni suscita “Eve of Destruction” di P.F.Sloan portata al successo mondiale da Barry McGuire. A cimentarsi con ottimi risultati è Anthony D’Amato che ci offre una versione di grande dinamismo. Eccellente Brian Mitchell nella rivisitazione della dylaniana “Simple twist of fate”. L’approccio è country-oriented e la personalizzazione ai massimi livelli.
Chris Buhalis rivede “We Don’t Run” di Willie Nelson con una versione molto bella, scarna e liquida allo stesso tempo. Il primo cd si chiude con una magnifica “Sonora’s death row” di Blackie Farrell ad opera di Andrea Parodi. L’andamento è in stile messicano, arricchito di fiati mariachi che rendono il pezzo una vera e propria outlaw’s ballad. La traduzione in italiano è davvero interessante.
La seconda parte inizia con Eric Andersen che ci delizia sulle note di “Snowin’ in Raton” del grande Townes Van Zandt. Lo accompagna Scarlet Rivera al violino e la melodia del brano entra in circolo con lentezza. Toccante e maestosa. Willie Nile personalizza al massimo “Everybody knows” di Leonard Cohen, sembra quasi che la abbia scritta il buon Willie. Jono Manson con una band alle spalle ci ripropone “Trascendental blues” di Steve Earle, mentre Annie Keating ci incanta con la younghiana “”Like a hurricane”. La voce in primo piano accompagnata dietro da un piano e da una band offre una rilettura diversa ed innovativa.
La parte con gli artisti italiani offre spunti altrettanto interessanti. Inizio con il dirvi di “Christmas in Washington” di Steve Earle, che i Gang insieme ad Andrea Parodi (che entra nel finale), rivedono nella nostra lingua una ballata maestosa che si permea di attualità e storia. Da commuoversi! Claudio Sanfilippo eguaglia i Gang per la straordinaria bellezza della versione di “Everything Is Free” di Gillian Welch. Suonata in maniera superlativa, la canzone è una gemma che luccica verso il cielo. La chiusura è affidata a Veronica Sbergia e Max De Bernardi che lasciano le atmosfere che li contraddistinguono per calarsi in una cover struggente tanto affascinante di “My Favourite Picture Of You” di Guy Clark. Un suggello ricco di emozione e sentimento.
Avrei dovuto parlarvene lo scorso dicembre, ma non ho fatto in tempo ad ascoltarlo, poco male la buona musica si può ascoltare in ogni momento, non è necessario catturarla in un preciso istante!!!


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