ANNA B SAVAGE: “A Common Turn” cover album“A Common Turn” è l’album d’esordio della musicista londinese Anna B Savage, già elogiata da Father John Misty e Jenny Hval, che le hanno offerto la possibilità di aprire alcune date dei loro rispettivi tour. Figlia di due cantanti lirici, la Savage confeziona dieci brani sostenuti da una buona capacità di evocare melodie e testi candidi e devastanti al tempo stesso, vulnerabili e onesti. Il disco è disseminato di riferimenti personali e culturali che spaziano dal “Rocky Horror Picture Show” alle Spice Girls, dalla salute mentale al piacere femminile.

Cos’altro poteva essere se non musica per Anna B Savage di Londra? Durante la sua infanzia ha frequentato i “Bach Proms” alla Royal Albert Hall ogni anno nel giorno del suo compleanno perché i suoi genitori, cantanti classici ciascuno, erano sempre prenotati per esibirsi all’evento. Assorbendo ogni sorta di influenze nel frattempo, sei anni fa Anna ha pubblicato il suo EP di debutto, che ha introdotto un collage di voce sonora, presenza e canzoni che avevano poche somiglianze con qualsiasi altra cosa. Il successo dell’EP, tuttavia, ha innescato il tipo sbagliato di risposta nel cantautore e cantante: sindrome dell’impostore, blocco dello scrittore, problemi di salute mentale.

Il primo disco integrale di Anna B Savage “A Common Turn” è musica con punti interrogativi. Le sue canzoni sono piene di domande senza risposta, di dilemmi e insicurezze, o spesso solo di domande.

La voce della giovane cantautrice è infinitamente calda, ma il produttore William Doyle (East India Youth) trova costantemente il ferro in essa. Anche i momenti più bui in questa musica non si attaccano alla loro devastazione, però – il fuoco di Savage brucia troppo intensamente. La sua voce può scendere fino a un sussurro, ma poi si aprirà completamente in un flusso improvviso di chitarra cavernosa, echi e corde gonfie che si espandono e poi svaniscono altrettanto improvvisamente come sono arrivati.

La musica è profondamente vulnerabile, senza essere sottomessa. Afferma la propria fragilità e le storie che racconta riguardano l’occupazione di spazio, la ricerca di connessioni e il possesso del potere di non conoscere tutte le risposte. Le sue sono canzoni per chiunque pensi intensamente, si senta profondamente e faccia grandi domande.

Bellissima “Corncrakes” in cui si parla di un rapporto con un lui, a cui segue una frase, ripetuta fino alla fine, che pone tutto sotto la luce del dubbio (‘Non so quanto questo sia reale/Non sento le cose così acutamente come prima’). Questa situazione di incertezza è sottolineata dall’organo e dagli altri strumenti che si aggiungono, di volta in volta, alla chitarra e alla voce della protagonista.

Le domande che Anna si pone sono sostenute dalla sua capacità di evocare melodie e testi così devastantemente candidi, vulnerabili e onesti, che in qualche modo riescono ancora ad essere ammaliantemente affascinanti, assolutamente moderni e spesso divertenti. Grazie a William Doyle, (candidato al Mercury Prize 2014) che ha fornito una produzione ambiziosa, ma elegante, alle demo che Anna gli portò, e alla fine diede una forma definitiva al disco che aveva ad un certo punto ritenuto ufficialmente impossibile da finire. La loro è una fusione di terra e industria, di sentimento umano e decostruzione meccanizzata delle aspettative e delle barriere. Musicalmente la Savage possiede un’anima folk, le sue canzoni si possono reggere solo su voce e chitarra, ma qui vanno oltre grazie ad arrangiamenti calibrati che rendono al meglio le melodie, che possono ricordare tanto Jeff Buckley quanto Nina Simone, forse per il tipo di voce personale della giovane cantautrice.

Un album che consiglio vivamente, che può preludere ad un futuro radioso per Anna B Savage!!!